12 settembre 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareIn amore avevo risolto. Ogni volta che mi colpiva un giovane uomo tendevo a smontare l’idolo, lo facevo a pezzi come un bimbo smonta un giocattolo, scoprendone la semplicità del meccanismo del suo funzionamento. L’idolo si sgretolava, cadeva in mille pezzi, si frantumava. Io finivo per non pensare più a lui tanto mi appariva insignificante. Quando li incontravo, questi ragazzi, non li guardavo quasi più, non erano più degni della mia attenzione. Quando compii diciotto anni non feci nessuna festa. Non avevo amici con cui condividere questo momento di gioia. Non avevo amiche fidate, solo conoscenti. Anche i conoscenti si contavano sulla punta delle dita. Molti erano loro a respingermi. Uscire con me poteva rappresentare un problema: richiamavo l’attenzione della gente, non ero allegra, ero un ingombro, non potevo passare per certe strade ricche di barriere architettoniche. Andare al cinema, al teatro era complicato. Nessuno aveva tempo da dedicarmi, avevano tutti impegni, scadenze urgenti da rispettare. Anche mio padre era sempre super impegnato. Se anche i parenti si allontanavano non dovevo aspettarmi niente dagli altri. Non potevo pretendere comprensione da chi non aveva il mio stesso sangue nelle vene. Gli altri in alcuni casi potevano anche rivelarsi brutali, crudeli e lasciarmi senza fiato. In fondo da uno sconosciuto mi sarei aspettato di tutto. Ci furono uomini che tentarono di approfittarsi di me vedendomi indifesa. Erano esperienze che mi portavo dentro di me e non ne facevo parola con nessuno. Cominciavo ad avere tanti piccoli segreti che non rivelavo a nessuno, erano troppo intimi. Un uomo avanti con gli anni aveva tentato persino di baciarmi e di strapparmi la camicetta una volta che ero andata in ospedale per una visita medica. Anche dei medici cercavano di toccarmi pensando che fossi anche mentalmente malata. Non sapevano che il mio problema non coinvolgeva la mente che era attiva e che si meravigliava del l loro comportamento scorretto. Con il tempo imparai ad essere più dura, a mostrare un viso minaccioso, tirato, a tirare fuori le unghie e le parole taglianti. Imparai a difendermi con le unghie e con i denti. Nei momenti critici mostrai un notevole spirito di adattamento, una forza interiore incredibile che non credevo di possedere. I casi estremi fecero venir fuori la mia natura: docile ma aggressiva al tempo stesso. Una specie di torta compatta con un ripieno molle e tenero. Avevo una corazza di acciaio fuori e dentro ero tenera come un germoglio di primavera. Ai cattivi mostravo i denti, la parte aggressiva di me. La mia parte luminosa la lasciavo a disposizione delle anime sensibili, quelle poche che incontravo. Non sapevo bene chi ero, se ero quella oscura dal viso truce o quella sorridente dal volto sereno. Cambiavo come un ermellino che sulla neve diventa bianco, ma sappiamo che muta per paura di essere predato. Molti animali si mimetizzano con l’ambiente per non essere catturati dai nemici. Ogni specie vivente ha i suoi nemici, la mosca ha il ragno, l’antilope il leone, anche io avevo i miei nemici. Non dipendeva da me, non era colpa mia. Io nascendo avevo trovato un mondo già composto, già strutturato dovevo solo adeguarmi non potevo ribellarmi e pensare di cambiare il mondo. Si possono cambiare abitudini ma non la mentalità della gente. Io stessa finii per evitare la gente, per paura di prendere cocenti delusioni. Mi ero chiusa a riccio e chissà quando sarei uscita allo scoperto. Ero giovane ma della vita avevo compreso tutto. Non c’erano più veli per me. Ero in grado di analizzare obiettivamente ogni situazione e di prevedere come sarebbe andata a finire. Capivo l’ironia della gente, la sua superbia, la sua meschinità e crudeltà. Qualche volta perdonavo altre volte mi arrabbiavo. Le ingiustizie sociali mi facevano affluire sangue al cervello. Per risolvere i conflitti sociali avrei fatto carte false. A un certo punto compresi che avevo in mano un elemento potente: la scrittura. Cominciai a scrivere lettere di denuncia a palazzi del potere, istituzioni, banche, comuni, province e anche a negozi, magazzini. Denunciavo disservizi, comportamenti maleducati, suggerivo soluzioni adeguate. Ero stata fortunata nel mio piccolo, avevo due doni : la scrittura e la capacità di intuire, una sorta di veggenza che mi faceva vedere il futuro, per logica per pura intuizione. Ero talmente sensibile che mi accorgevo di cose che altri non vedevano. Sapere come andavano certe cose prima mi aiutava a non cadere nelle buche della strada del destino. Alcune mie giornate erano vuote e tristi, senza senso. Il pepe era dato proprio da queste mie lettere, alcune delle quali erano, per ovvie ragioni, anonime. In alcuni contesti mi dichiaravo, solo però dove non rischiavo. Mandavo lettere anche a donne del quartiere che si mostravano ostili e perfide con me. Erano molte le donne fanatiche che si mostravano altezzose e superiori e mi guardavano con aria di sufficienza che a me non sfuggiva. Alle bordate rispondevo per le rime o mi limitavo dopo a inviare una missiva potente. Sembravo un giustiziere che vuole mettere ordine nel caos della società moderna. Nelle lettere riprendevo alcuni comportamenti da me giudicati poco ortodossi. Le donne mi si rivelavano ogni giorni più meschine, più false. Amanti solo del lusso, dei vestiti, dei pettegolezzi. Ti squadravano da capo a piedi quando ti incontravano, per loro importava solo cosa indossavi, se era firmato o meno. Alcune donne erano veramente fissate con i vestiti e per questo non le sopportavo. Amavo vestire in modo classico e semplice. Con alcune vicine mi accanii a tal punto che comprai abiti costosi e di marca con il solo scopo di farle trasalire. Il loro comportamento era apertamente contraddittorio. Se ti vestivi bene si mostravano invidiose, ti fulminavano con lo sguardo, se vestivi male ti deridevano in modo evidente. Allora come dovevo presentarmi a loro? Elegante per suscitare la loro invidia o semplice per notare il loro disprezzo? Spesso lo facevo apposta, mi presentavo a una riunione di condominio con abiti dimessi per vedere le loro facce strane. Mi divertiva vedere come strabuzzavano gli occhi. Mi giudicavano inadeguata. La rivalità femminile purtroppo non riguardava solo i vestiti, ma anche la bellezza, l’intelligenza. La rivalità si trasformava in odio se c’era di mezzo un uomo. Alcune donne diventavano vere iene, streghe maligne e perverse. Erano capaci di farti dei dispetti, di dirti parole pungenti e offensive. Facevano discorsi che capivo essere riferiti a me. Mi riprendevano sul modo come portavo i capelli, come gesticolavo, come mi presentavo. I dialoghi con loro non funzionavano. Di solito i discorsi erano di due tipi: critica nei mei riguardi o esaltazione della loro persona. Molte donne fanatiche si vantavano. Mi sottolineavano più volte di essere fidanzate, sposate, di avere regali, gioielli, soldi, lavoro, di fare viaggi da sogno. Viaggiare era il mio sogno nel cassetto. Non potevo permettermi grandi viaggi sia per le mie condizioni sia per le finanze, mi dava fastidio chiedere soldi a mio padre. Facevo ogni tanto qualche gita con una associazione di cui ero socia da anni. Vi prendevano parte molte persone anziane affette da vari tipi di handicap, giovani donne separate sull’orlo di una crisi di nervi, single accanite senza prospettive, uomini anziani, soli e abbandonati dai figli, giovani sordomuti ecc. La loro compagnia mi deprimeva. I discorsi vertevano sempre su medicine, mal di testa, solitudine e salute. Andavo solo per visitare i luoghi, i musei, i palazzi storici, i santuari. Cominciai a frequentare dei santuari nella remota speranza di ottenere una guarigione miracolosa.

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