9 ottobre 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareMi domandi insistentemente del motivo del mio malcontento dopo la laurea. Finiti gli studi rimanevo per così dire disoccupata. Cosa avrei fatto realmente? Cosa volevo fare? Potevo sognare di fare in teoria qualsiasi cosa ma non era sicuro che sarei riuscita a vedere realizzati i miei sogni. I sogni andavano a infrangersi contro una realtà dura, tagliente come una bottiglia rotta. Nessuno forse mi avrebbe preso seriamente a lavorare. Potevo fare concorsi facendo parte delle categorie protette. La strada era lunga e tutta in salita. Mi vedevo già vecchia, senza prospettive, sola e abbandonata. In famiglia avevo il conforto di mia madre, ma quando questa sarebbe mancata per me sarebbero stati dolori. Mio padre era distante forse in cuor suo non aveva mai accettato il mio problema fisico. Su mio fratello potevo contare poco. Come sai una volta sposato lui si dileguò. Finì per seguire solo la famiglia della moglie. Molti uomini deboli si lasciano condizionare da queste donne iene a tal punto da rompere i ponti con la famiglia di origine. Da giovane mio fratello era sempre impegnato con amici, con lo sport, faceva pallavolo, tennis, con le fidanzate, con le recite, con il lavoro. Ogni volta a salvarmi c’era solo mia madre, lei risolveva sempre i miei problemi anche i più complicati. Le sue parole buone e gentili per me erano un sollievo, un balsamo. Avevo un maledetto bisogno di affetto, di conforto, volevo compagnia, gente allegra intorno a me. Capivo bene che con il tempo mia madre non mi bastava volevo i mei coetanei o qualcuno che mi ascoltasse, indipendentemente dall’età. Volevo amicizie sincere anche più grandi o più piccole di me. Non era una questione anagrafica, ma di feeling. Finora ero stata sfortunata. Avevo avuto solo amici falsi che non potevano chiamarsi tali. Ma dove reperire amicizie valide? Spesso andavo al parco e vedevo gli altri divertirsi fra loro ed io ero solo una spettatrice. Non partecipavo per paura di essere respinta. Mi escludevo a priori senza neppure tentare un approccio. Ero orgogliosa a tal punto da non accettare umilmente un rifiuto. L’orgoglio frenava i miei slanci d’affetto. Quelle rare volte che apparivo espansiva le parole di alcune persone mi facevano ritornare sui mei passi. Come provavo ad aprirmi ricevevo una sonora botta sulla testa che mi faceva ritirare. Ero spettatrice del divertimento altrui, io avevo un posto di secondo piano. Nel film della vita io facevo la comparsa o addirittura, nei casi peggiori, la spettatrice senza voci in capitolo. Ero l’ultima ruota del carro, una riserva di cui si poteva fare a meno. Forse avevo certato gli amici nel posto sbagliato. Eppure ero andata in chiesa, nei circoli ricreativi, negli ambienti sportivi, ecc. La mia festa di laurea come molte altre cose non furono come le avevo immaginate. I risultati furono sempre inferiori alle aspettative. Tutto quello che sognavo per me a occhi aperti non si realizzava mai. Salivo le scale della vita ed a ogni piano mi aspettavo una sorpresa che non compariva mai. Le scale erano sempre le stesse, grigie, con i gradini traballanti. Spesso inciampavo, cadevo, mi rialzavo a stento, sempre più a fatica. Ero stanca di illudermi, di lottare, di combattere battaglie perse in partenza. Nella mia lotta non avevo sostenitori, solo mia madre. Tutto nella mia vita restava confinato nel sogno. Mi rifugiavo nel sogno e sognavo a occhi aperti. Nella mente mi creavo delle situazioni fittizie e le immaginavo reali, fingevo di ottenere quello che avevo sognato. Il sogno come la solitudine era un mio compagno di viaggio. Lo desideravo accanto a me specie nei momenti più scabrosi. Il sogno colorava la realtà grigia e me la faceva vedere a tratti rosa, e se non proprio rosa almeno chiara, bianca, luminosa. Ad esempio la festa di laurea l’avevo immaginata con tanti amici, fiori colorati, tanti sorrisi. Un solo mazzo di fiori mi fu regalato, dono di mia madre. La sera mangiai una pizza con la famiglia. Feci soltanto qualche foto ricordo. Magari avessi fatto più foto! Per lo meno avrei il ricordo di mia madre più vivo. Quando le persone care ci sono vicino non lo apprezziamo, diamo la loro presenza per scontata, spesso le maltrattiamo ma quando ci vengono a mancare ci sentiamo morire.

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