Capitolo primo: una strana vita (Romanzo: Isole Perdute – di Ester Eroli)

DSCF0202_miniIn lontananza l’orizzonte era opaco, violaceo, il cielo plumbeo, che non lasciava presagire nulla di buono. Quel cielo grigio, cupo non invitava a pensieri positivi, a ottimistiche previsioni. Dario camminava lentamente, apatico, avvolto nel suo cappotto scuro, ormai logoro e consunto, il vento gli scompigliava i capelli ormai ingrigiti dal tempo e giocava con la sua sciarpa di lana blu cobalto. Nel centro storico, con quel freddo intenso, non girava nessuno e lui si sentiva nuovamente, come quando era giovane, un’isola perduta nell’oceano, ignorata da tutti, colpita dai flutti maligni. Piazza san Carlo, a Torino, dove ormai viveva fin da quando era adolescente era piena di piccioni che imperterriti sfidavano con baldanza il vento gelido di gennaio. La attraversò svagato, come se un peso gli gravasse sulle spalle, sul collo. Era come se non fosse libero nei movimenti, come se i pensieri stessi fossero bloccati in un limbo scuro. Era sempre stato chiuso e timido, ma ora quest’antica selvatichezza si era letteralmente impadronita di lui. Ora che era invecchiato era più taciturno. Rughe profonde solcavano la sua fronte gelida, i capelli lisci erano più radi, le mani più screpolate. Non era mai stato bello ma ora appariva davvero insignificante. Quel vento freddo scuoteva la sua persona, ma lui sembrava non accorgersi di nulla, era abituato a scosse ben più violente. Procedeva a un certo punto a passo lento, indifferente tra la folla, con il volto impassibile. In certi giorni di pioggia non aveva una meta precisa. Amava passeggiare ma senza una meta precisa, vagare a casaccio per le vie, per piazza Castello. In certi giorni, come quello, si avviava frettolosamente perché aveva una meta. Per l’occasione portava il solito pacchetto sotto il braccio, che incuriosiva i passanti. Quello era, infatti, il suo appuntamento del giovedì pomeriggio. Solitamente, ora che era anziano, girovagava per bar e locali, faceva qualche partita a carte, andava al parco del Valentino. A qualche insolita mostra, in giro per negozi. La sua giornata tipo era sempre la stessa: colazione al mattino presto con latte magro scremato e fette biscottate, del resto non si era mai potuto permettere dei biscotti, data la sua naturale tendenza ad ingrassare. Appariva sempre un po’ goffo anche in abiti eleganti. Dopo la colazione usciva per la solita passeggiata e per la spesa. Il pranzo era quasi sempre frugale e veloce. Dopo la siesta pomeridiana in cui si appisolava su un divano, raggiungeva il parco o il bar, dove guardava la televisione o ascoltava i pettegolezzi di altri pensionati. Raramente andava a giocare a carte o a bocce, con qualche amico, solo come lui. La sera a casa si concedeva un bel tè caldo, la lettura di qualche giornale o rivista. La televisione era spesso la sua compagna inseparabile. Qualche volta sul dondolo ascoltava la sua radio preferita che trasmetteva dolci melodie del passato che gli facevano venire le lacrime agli occhi. Alcune canzoni erano profondamente legate al suo passato, alla sua fresca gioventù. Gli ricordavano episodi particolari a cui era affezionato e spesso gli ritornavano alla mente in modo quasi ossessivo. Si rendeva tuttavia perfettamente conto che la sua vita era stata scialba, monotona con pochissime emozioni. I giorni erano trascorsi quasi tutti uguali e gli episodi eclatanti erano stati davvero pochi. La sera si addormentava abbastanza presto, spesso a letto leggeva qualche romanzo, saggio o novella. Il giorno dopo si ripetevano più o meno gli stessi rituali. Solo in estate ogni tanto si concedeva una settimana al mare, anche se si annoiava e non sapeva con chi parlare. L’unica occupazione era raggiungere la spiaggia, fare passeggiate, raccogliere conchiglie. Ora che avanti con gli anni non poteva neanche più tuffarsi dagli scogli come faceva da giovane. Se un mago gli avesse proposto di tornare indietro e rifare tutta la sua vita non l’avrebbe fatto mai. Perché tanta gente aveva successo, soldi, bellezza e per lui non c’era mai stato niente? Era una vera ingiustizia, eppure non era cattivo, né poco intelligente. Era una persona normale con i suoi pregi e i suoi difetti, che certo dalla vita si aspettava molto di più, invece si era dovuto accontentare delle briciole. Non aveva meritato il dolore, gli insulti come tanti altri che erano stati penalizzati dal destino. Non aveva nessuna colpa, solo quella semmai di essere nato in un’epoca sbagliata, in un periodo avaro di carezze, arido come un deserto in piena calura estiva. A rompere la routine c’era solo l’appuntamento del giovedì, l’unico momento di relax nel vuoto della sua esistenza. Quel momento era prezioso come un’ampolla di ambra, come uno scrigno d’argento. Era come una polverina magica che una volta presa in un bicchiere leniva i dolori, dissolveva il malessere. Era, in effetti, una polvere sintetica, non naturale ma comunque benefica. Era un potente antidoto alla noia, all’indifferenza, all’incomprensione. Beveva avidamente quella polvere salvifica come si aspira un profumo intenso e fragrante. Era il suo momento, l’attimo fuggente da prendere al volo, l’istante in cui essere liberi, l’ora per concedersi totalmente, per lasciarsi andare, per lasciarsi cullare dal ritmo del tempo inclemente. Era il suo momento, il momento in cui il sipario della sua esistenza si sollevava per consentirgli una recita spedita, plausibile, impeccabile. Solo in quella farsa era paradossalmente se stesso. Era la sua ancora di salvezza nel mare tempestoso della vita fra onde minacciose. Quel pomeriggio era particolarmente ansioso di raggiungere il luogo dell’appuntamento e camminava con passo frettoloso. Dopo aver attraversato molte vie e piazzette finalmente giunse davanti a un edificio grigio, austero con un portone di ferro pesante, grande e minaccioso. La facciata era scura, le finestre verdi erano tutte chiuse come se dentro non vi abitasse nessuno. Tutto intorno era solo silenzio e squallore. Non c’erano tracce evidenti di vita umana. Era come se tutto si fosse fermato in un’istantanea dai contorni sbiaditi. Suonò, come al solito, il campanello e gli venne ad aprire una suora tutta tremante e molto anziana. Il suo sguardo era velato, appannato dal peso degli anni. Un tempo forse era stata una donna energica e vigorosa. La suora esordì: “salve signor Dario come va? Spero tutto bene. E’ venuto a trovare la signora Irina? Oggi non si è sentita bene con lo stomaco, è sempre stata molto delicata, come sa. Non so se può riceverla. Ha portato ancora i pistacchi e il gelato alla vaniglia? Lei vizia la signora. Certe cose, come le nocciole, la frutta secca non può mangiarle proprio, anche se lei ci va matta. Certamente andrò a vedere se può riceverla”. La vecchiaia è fatta di rinunce e dolori, anche se spesso le rinunce comunque fanno parte della vita. Anche da giovani si può dolorosamente rinunciare a qualcosa di importante. La vita è fatta di scelte e se si sceglie una strada, si deve per forza abbandonare l’altra. Alcune scelte sbagliate generano rimorsi e rimpianti, che fanno parte del gioco. E ti alzi una mattina con il cuore gonfio di nostalgia pensando alle persone che non ci sono più e che pure ci sono state al fianco per un buon tratto di strada, pensando a quello che poteva essere e non è stato per colpa nostra, del fato, degli altri. Dario rispose semplicemente con tono distratto: “Sono venuto forse con largo anticipo, ma avevo voglia di parlare con qualcuno, fare quattro chiacchiere fa bene al cuore. La solitudine uccide e annoia. Spero tanto che la signora sia disponibile”. Irina aveva più di ottanta anni, ben portati, ma spesso aveva i mali tipici della sua età. I dolori alle articolazioni non le davano tregua e si stancava facilmente. Tuttavia era ancora lucida, vispa, e spesso per passare il tempo, leggeva ancora e soprattutto scriveva qualche novella, poca cosa in verità, che poi leggeva a voce alta e squillante ai pensionati della casa di riposo. Erano anni ormai che si era ritirata in quella casa di riposo per anziani. L’età della pensione l’aveva colta di sorpresa come una valanga colpisce ignari sciatori. Era difficile stare nell’ozio dopo anni di lavoro. Aveva lavorato per anni consecutivi come impiegata nel settore amministrativo. Nel tempo libero aveva coltivato le sue passioni: scrivere novelle, dipingere quadri e mattonelle, collezionare bambole di porcellana, ricette di cucina di ogni paese e cartoline illustrate di nazioni e città. In quell’ospizio, parola che non pronunciava mai, specie in presenza di ospiti di riguardo, ma che ripeteva dentro di sé mentalmente almeno una decina di volte al giorno, regnava un’aria stantia, opprimente, gelida. La struttura era antica, e i corridoi, con il loro colore grigio perla, erano lugubri e terrificanti, le stanze erano anguste e asfissianti, con la presenza solo degli arredi essenziali: un letto, un comodino, un piccolo armadio di finto legno, un tavolinetto di plastica. Eppure gli ospiti pagavano una retta elevata. Le scale erano un po’ fatiscenti e l’odore era quello tipico delle cantine umide. L’odore di marcio ristagnava negli ambienti e neppure il profumo dei cibi cucinati dissolveva completamente. Si cucinavano sempre i soliti piatti, come baccalà in umido, patate lesse, zuppa di ceci, minestrone dal sapore scontato, dall’aspetto poco invitante. La cucina era pessima, i sapori delle pietanze insipidi. Irina era costretta a uscire ogni tanto per acquistare prodotti alimentari e generi di prima necessità. Durante le sue uscite solitarie comprava nei supermercati formaggi, salumi, pizza, piadine, biscotti, gelati. Qualche volta ne approfittava per scambiare qualche parola con i negozianti e i vicini. Trattavano, in quella casa di riposo dal nome Celeste, quel gruppo di anziani come la ciurma scalmanata di una nave di infimo ordine. Il nome Celeste faceva pensare a distese marine, a occhi sereni, a abiti primaverili vaporosi e leggeri. I dirigenti della casa ovviamente approfittavano della situazione ossia del fatto che nessuno aveva più la forza e la voglia di ribellarsi. Non c’erano parenti disposti a intercedere. C’erano quelli che non avevano figli e chi aveva figli maschi doveva accontentarsi di una visita di cortesia una volta al mese, magari di domenica. Le nuore raramente si vedevano passeggiare per i corridoi. Solo i figli venivano mandati dalle nuore con lo scopo di ottenere magari qualche regalo in soldi dalla nonna anziana. Questi soldi poi venivano dissipati in poche ore da nipoti gaudenti e selvaggi, magari nelle sale gioco e nei luna park, nei bar, nelle discoteche. Il problema principale, secondo Irina, era che quella casa di riposo dal nome elegante, era costituita solo da ospiti donne. Il complesso ospitava al suo interno solo pazienti donne. Gli uomini non erano contemplati, non erano presenti. Così fra le donne serpeggiava un astio continuo, un livore che si manifestava in vari modi. C’erano quelle dispettose che manomettevano gli oggetti, rubavano le coperte, gettavano i dentifrici, sporcavano i letti, le tovaglie, buttavano i fiori, staccavano i quadri alle pareti, rubavano le cornici d’argento sui mobili delle stanze con le foto del marito morto e dei nipoti nel giorno della prima comunione, facevano chiacchiere dicevano frasi scurrili come vere maleducate. I pettegolezzi, le battute salaci, gli insulti, le stoccatine al veleno erano all’ordine del giorno. Le donne erano fra loro rivali, antagoniste, invidiose anche solo di un vestito, di una mantella di lana, di un cappotto, di una pelliccia, di un paio di orecchini, erano perfide, meschine. Alcune superbe non facevano che ostentare le proprie ricchezze, mostrare gli anelli ai diti, le collane d’oro e gli orecchini di brillanti. Le donne superbe e benestanti erano quelle più invidiose. Ma se avevano tanti soldi perché invidiavano fortemente le altre al punto di osteggiarle in vari modi? Alcune sottolineavano come i loro figli erano uomini importanti, di potere, le loro figlie erano famose, perfette, bellissime. Se avevano figli così potenti come mai si trovavano in quello squallido caseggiato dall’aspetto dimesso e dalle pareti stinte? Irina, che aveva sempre amato l’eleganza, spesso indossava camicette preziose di seta ricamata, vestiti di raso, maglie con bordi di pelliccia e naturalmente aveva tutti gli sguardi puntati addosso carichi di invidia e naturalmente nessuno la salutava. Molte donne fingevano di non vederla, non la salutavano neppure al mattino per non darle soddisfazione. Fingevano di non vedere il suo abito nuovo. Alcune più audaci compravano un abito quasi uguale al suo e entravano nella sua stanza con una scusa per farsi vedere da lei. Ma a lei cosa importava dei vestiti che possedevano le altre? Per lei l’abito non faceva il monaco. Non amava abiti eccentrici, provocanti, colori vistosi, ma solo l’eleganza pura fatta di seta e velluto, di ricami e brillantini. Amava vestire in modo classico, senza seguire fedelmente la moda. Gli abiti classici potevano essere indossati di nuovo in qualsiasi momento, non erano mai fuori moda. Amava i cappotti neri, i completi gessati, le camicie di seta, gli abiti a pois, i cappelli e le casacce di velluto, le scarpe lucide, le sciarpe di lana in tinta unita, le calze nere, i vestiti con lustrini lucidi. I colori che amava erano sobri e tradizionali come il nero, il panna, il rosso, il marrone, il blu. Amava poi accostare i colori tra di loro, ossia giallo e nero, bianco e blu, rosso e blu, giallo e marrone, rosa e panna, verde e nero, rosso e nero ecc. Gli abiti classici le consentivano di essere sempre perfetta, elegante e nello stesso tempo di risparmiare. Seguire la moda da vicino era anche un dispendio di denaro. Le mode erano sempre nuove e diverse e stare al passo non era facile. Gli stilisti lanciavano sul mercato sempre nuove creazioni e lei si metteva al riparo, si nascondeva dietro una immagine impeccabile e pulita. Se durante il pranzo capitava seduta vicino a qualche donna fanatica doveva subirsi tutti i suoi discorsi vani volti alla esaltazione della sua persona e della sua famiglia. Tutte si vantavano di essere ricche, di provenire da famiglie altolocate, di avere parenti importanti, magari noti avvocati e senatori, di avere nipoti laureati, case e ville da sogno. Il dialogo pacato alcune volte non era proprio possibile. In alcuni casi nei discorsi alcune signore con la puzza sotto il naso cercavano anche di offenderla sia pure in modo indiretto. Astutamente le rivolgevano stoccate al veleno. Spesso si trattava di insinuazioni di bassa lega. Alla domenica, qualche volta, Irina era costretta a uscire da sola, non riusciva mai a trovare una compagna per una innocente passeggiata all’aria aperta, per un cappuccino in un bar, per un gelato nei mesi estivi. Domandava a tutte ma tutte si rifiutavano accampando scuse di vario tipo, poi magari le incontrava da sole mentre si aggiravano per il mercato o dentro un bar. Si preferiva la solitudine a una compagnia, sia pur femminile. Dove era la solidarietà femminile? Da giovani le donne erano ugualmente rivali per la carriera, per i ragazzi, per i vestiti. Tutta una vita trascorsa a invidiarsi, a farsi la guerra, a lottare senza motivo. In fondo anche se lei aveva un abito più appariscente perché tanta cattiveria, tanta volgarità, tanto odio represso? In passato da giovane per allontanarsi, per distrarsi dalla quotidianità aveva viaggiato. In alcuni casi anche durante i viaggi era stata molestata da compagne di viaggio con gli stessi comportamenti tipici delle donne. Eppure erano persone sconosciute, mai viste prima, abitanti in altre città, provenienti da altri ambienti sociali. Le donne in viaggio si combattevano a colpi di vestiti, facevano sfoggio di tolette e si cambiavano in continuazione almeno due o tre volte al giorno. Anche in ufficio era la stessa cosa, ogni giorno si doveva per forza di cose indossare un vestito nuovo. Invidiava gli uomini che non avevano bisogno di trucco, di rossetto, di collane, di bracciali e si presentavano al naturale con magari la barba un poco incolta. Anzi gli uomini con i capelli brizzolati e la barba incolta erano quelli più affascinati. Le donne invece dovevano tingersi i capelli, una donna con i capelli bianchi era repellente come un insetto malefico. Solo la domenica poteva uscire liberamente, negli altri giorni della settimana era costretta a una vita monotona, ripetitiva, era cristallizzata come un insetto nel ghiaccio. Solo il giovedì pomeriggio poteva ricevere visite esterne. Le infermiere erano scorbutiche e nervose e sfogavano con le anziane il malumore accumulato a casa. Alcune donne erano malmenate dai mariti, maltrattate dai figli, e allora avevano sempre il dente avvelenato. Anche le donne delle pulizie, le stesse infermiere avevano lo stesso odioso comportamento, la stessa ossessione dei vestiti. Gli abiti erano un chiodo fisso delle donne. Invidiava gli uomini che con una semplice giacca e cravatta risolvevano tutto. Molte donne delle pulizie la guardavano in modo torvo quando la vedevano uscire con abiti eleganti, gli stessi da anni. Lo sguardo era duro, ostile. Spesso si lasciavano andare a squallidi discorsi e anche loro si vantavano di essere benestanti. Ma se erano così ricche perché passano il tempo a pulire i bagni maleodoranti di un ospizio? Bisognava rieducare le donne, convincerle che le altre non sono solo nemiche da combattere, ma che possono divenire amiche meravigliose, convincerle che la ricchezza non è così importante che conta la salute, il carattere, l’affetto, l’amore, l’onestà, l’impegno, il rispetto degli altri, l’onore, la patria, i valori. Quelle donne smorfiose alle proprie figlie inculcavano solo l’idea della perfezione estetica ottenuta a ogni costo. Molte donne passavano ore davanti allo specchio, dall’estetista, dal parrucchiere e in ultima analisi, come ultima spiaggia, dal chirurgo plastico dove effettuavano un bel lifting. L’aspetto fisico era importante, soprattutto per conquistare uomini influenti, anche se poi l’anima era scura come la notte, ma l’anima nessuno la vedeva. Irina non poteva fare nessuna richiesta specifica, non chiedeva mai nulla per non essere maltrattata in malo modo. Non faceva proposte, non prendeva iniziative. Rimaneva in silenzio, con gli occhi fissi nel vuoto, senza mai ribellarsi. Parlare le costava fatica. Passava i pomeriggi a guardare fuori dalla finestra della sua stanza per vedere il piccolo giardino di villa Celeste, un quadrato di terra malcurato, con pochi alberi da frutto e poche aiuole fiorite. Solo nella bella stagione qualche volta si sedeva su una panchina del giardino, sempre con lo sguardo assente, senza parlare con nessuno. In fondo non ne valeva la pena. Non voleva essere insultata o sentire le bugie di qualche signora altezzosa. Se qualcuna le si sedeva vicino e tentava un approccio lei dopo un po’ si alzava accampando una scusa. Era diventata con gli anni intollerante, era stanca degli sguardi avidi e pungenti di donne meschine, intrattabili, bisbetiche. Anche al lavoro e nella vita pratica con le donne specialmente era stata taciturna, chiusa. Non aveva mai raccontato a nessuno le sue esperienze, le sue emozioni, la sua vita privata. Non voleva che le donne la criticassero, ridessero di lei come erano capaci di fare. L’amicizia con le donne era difficile, come quella con gli uomini. Entrare in intimità con un uomo, aprire le porte del proprio sincero cuore significava andare incontro a un fraintendimento. Gli uomini si sentivano autorizzati, anzi quasi obbligati, a corteggiarla. Molti facevano delle avance con insistenza e faccia tosta, come se lei fosse disponibile e aperta ad avventure galanti, di poco conto, a storie a scadenza. Lei non era una donna di facili costumi, aperta alle avventure senza senso. Tuttavia tutte le volte che aveva tentato di aprirsi agli altri, al mondo, all’amore era stata ricacciata indietro dal crudele e beffardo destino, che si era preso letteralmente gioco di lei. Allora piano piano, per paura di essere respinta, per viltà si era lentamente e sempre più chiusa a riccio, incapace di comunicare. La fiducia l’aveva abbandonata e aveva finito per non dare confidenza a nessuno in particolare. Parlava del più e del meno con la gente ma non si lasciava sedurre dalle belle parole, rimaneva nel limbo, non si faceva penetrare l’anima neppure da uno sguardo. Gli sguardi delle donne le sembravano maligni, quelli degli uomini maliziosi. In quel pensionato inoltre c’erano molte persone malate, affaticate dagli anni, prostate, fiaccate nell’animo, con cui non era possibile certo fare amicizia. L’amicizia per lei ora aveva un volto nuovo, il volto dell’ipocrisia e della dissimulazione. Gli amici veri si contavano sulla punta delle dita. Squallidi interessi, anche economici, minavano l’amicizia nelle fondamenta. Alcune volte per farsi accompagnare a fare una visita specialistica nel centro storico, se gli amici veri non erano disponibili, doveva pagare una donna o un’infermiera dell’ospizio che conosceva da tempo. Nessuno faceva uno strappo alla regola, evitando di farsi pagare. Allora l’unico amico vero poteva essere considerato il denaro. Nessuno si commuoveva, provava pietà per i suoi malesseri. Una indifferenza assoluta dominava la scena del mondo. Non serviva ribellarsi, parlare, offendersi, mostrarsi indignati. I soldi aprivano tutte le porte. Per curarsi ci volevano i soldi, non gli amici. Aveva legato con poche persone in quel luogo malsano. L’unica sua amica era una donna un po’ sorda, e forse erano amiche perché riuscivano a parlarsi esclusivamente con gli occhi, talvolta velati di pianto per il rimpianto, la nostalgia dei tempi passati, la malinconia. I discorsi con lei, con Ersilia, in effetti erano banali come tutte le chiacchere che si facevano in quel posto. I discorsi vertevano sugli stessi argomenti, ossia nipoti, figli, vestiti, cucina, scarpe, ricami, film, ecc. Lei non aveva avuto figli e questo era oggetto di assurdi pettegolezzi. In fondo non se l’era sentita di mettere al mondo una persona destinata alla sofferenza, alla malattia, al dolore, destinata comunque a morire come tutti. Il destino di morte accomunava l’umanità e fare quel salto nel buio dell’ignoto fra le braccia della morte richiedeva una buona dose di coraggio. Lei stessa non se la sentiva, tremava e impallidiva all’idea. Forse realmente esisteva una vita ultraterrena ma nessuno era tornato dall’aldilà a rassicurarci, a parte alcuni sensitivi che sostenevano di aver avuto, specie di notte, contatti con anime di trapassati. Anche il racconto di queste esperienze le faceva venire la pelle d’oca. Non poteva sentire discorsi di loculi, di messe funebri, di corone, di pietre tombali, di ossari, di funerali. Una semplice influenza la metteva a terra per giorni e la malattia la sfiancava. Non poteva permettere che un bimbo, nato da lei, che lei aveva costretto a nascere, venisse torturato dal male e dalle probabili malattie che lo avrebbero colto nel tempo.il tempo avrebbe distrutto la bellezza di uno sguardo, l’armonia di un corpo vezzoso, il sorriso dolce e aperto di un giovane. Ogni tanto vedeva anche qualcuno indifferente al male degli altri o addirittura vi erano persone che godevano delle disgrazie altrui, specie in virtù di quel vizio capitale supremo chiamato invidia. Gli invidiosi amavano le disfatte dell’oggetto della loro invidia. Gli invidiosi non raccontavano mai le proprie sconfitte nemmeno sotto tortura. A Casa loro tutto funzionava alla perfezione, non c’erano ombre, nuvole nere, sole oscurato, ma solo un prato verde di erba brillante al sole di primavera. Amava la vita più degli altri, se ne era accorta, ma detestava la morte oscena. Non avrebbe mai voluto morire per godere del sole al mattino, degli spaghetti, del sapore della pizza e della panna, del tepore del corpo di un gatto, del profumo del cioccolato, del pane fresco, del verde dell’erba, dell’azzurro del cielo terso. Tutte quelle donnette rinchiuse in quel luogo erano certe di avere dei figli? Se veramente avevano dei figli dove si trovavano di preciso? Si era rassegnata all’assenza dei figli. Quante volte del resto aveva visto morire figli unici giovani in incidenti, con la droga, morti sucidi. Si era sicuramente risparmiata dei dolori, delle sofferenze. I figli possono deludere qualche volta, possono mancare. Come si può sopravvivere indenni alla morte di un figlio? Il dolore squassa l’anima come una tempesta di neve. Era arrivata alla conclusione, dopo attente riflessioni, che ci voleva coraggio a mettere al mondo un bimbo innocente che non chiedeva lui di venire al mondo. Al piccolo sicuramente avrebbe fatto piacere il sapore del latte materno, l’odore delle patate fritte, il colore dei giocattoli ma non avrebbe gradito il morbillo, la polmonite, il sonno agitato per la febbre, il tradimento degli amici, la fine di un amore, la caduta dei valori. In una società spietata come quella moderna era difficile sopravvivere, figuriamoci vivere. Gli interessi economici distruggevano i rapporti umani. Molte amicizie erano legate da comuni interessi, non ultimi, quelli appunto economici. Le separazioni fra coniugi, sempre più frequenti, erano vere battaglie legali legate al problema del mantenimento della consorte e dei figli. Tutto ruotava immancabilmente intorno al sesso e al denaro e i due miti erano strettamente legati fra loro, si davano la mano come due fratelli gemelli. Gli uomini più ricchi avevano le donne più appariscenti. Allora tutti si impegnavano anima e corpo per avere più soldi. Molti non esitavano a rubare pur di accumulare ricchezze. Nello stesso ospizio, parola impronunciabile che pensava solo fra sé, molte colleghe rubavano soldi, abiti, oggetti senza ritegno, senza rispetto, spudoratamente indossavano i gilè e le maglie appena rubate. Sotto il naso passavano borselli, borse, anelli simili ai propri. Nessuno ovviamente faceva scenate, per quieto vivere si restava, allibiti, nel silenzio. A volte il silenzio era più eloquente di tante parole. Ribellarsi significava andare incontro a dispetti e ritorsioni, a minacce e aggressioni verbali. Ogni volta anche la ladra colta sul fatto negava ostinata. Ognuno fingeva di non accorgersi di nulla, ma cercava di tenere nascosto il portafoglio e gli oggetti preziosi. Irina viveva con la paura costante di essere derubata di oggetti di valore, di oggetti dal valore affettivo come la catenina della nonna, gli orecchini del compleanno dei diciotto anni, il ventaglio comprato a Venezia, lo scialle preso a Parigi, i guanti di velluto comprati in montagna. Se avesse avuto un figlio avrebbe dovuto metterlo in guardia dalla rapacità degli altri, dalla loro voracità a consumare tutto e subito, dalla rabbia scatenata dalla invidia. Molti bambini rompevano giocattoli di altri per dispetto, per invidia, per gelosia. Spesso anche a lei era capitato, dopo i giochi, di ritrovare la sua bambola preferita, un tipo alto e biondo, dai capelli fluenti, e abiti eleganti, gettata nella polvere della strada con i capelli tagliati, gli abiti strappati e gli occhi cavati. Pensava a quella rabbia repressa che aveva trovato sfogo, ai gesti violenti che avevano accompagnato quel massacro puerile. Era come se lei con il suo comportamento silenzioso, riservato scatenasse per principio una sorta di antipatia nei suoi confronti, ai suoi occhi puramente gratuita. Eppure lei non era affatto cattiva e perfida., soprattutto non era invidiosa Lei era calma come le acque di un lago, serena come una nuvola estiva, solo che non sopportava le ingiustizie, gli sgarbi, le mancanze di rispetto. Trovare indecoroso oltre misura rubare un giocattolo per farne scempio e non per tenerlo custodito come si tiene un gioiello. La sua bambola era stata rubata vigliaccamente per ferirla alle spalle, per colpirla con malizia e sfrontatezza, per lanciarle un messaggio preciso, per farla sentire esclusa, lontana, persa. C’era rimasta male e aveva giurato vendetta, in fondo capiva chi era il suo avversario temibile. Con il tempo si era rassegnata, non si era vendicata, anche perché il destino stesso favoriva queste sue nemiche. Loro avevano ottenuto sempre ciò che volevano, senza fatica, senza quasi impegno, lei quasi mai. Il destino presentava il conto a lei che era innocente e lasciava libere queste donne di girare per il mondo a fare il bello e il cattivo tempo. Dopo l’episodio della bambola, ci furono altre perdite, altre sottrazioni con protagoniste altre persone malvagie. Anche nei casi successivi era sempre stata lei a pagare un alto prezzo, loro tutti se l’erano cavata in modo brillante, senza tante conseguenze, senza traumi e si comportavano come niente fosse e ottenevano quello che desideravano con facilità. Se avesse avuto un figlio gli avrebbe dovuto dire per forza che sono sempre le anime innocenti a pagare un prezzo elevato. Quando lavorava erano sempre i colleghi più scaltri e intriganti a fare carriera. Lei era rimasta indietro, cristallizzata per anni in un ruolo senza possibilità di scampo. Si era perduta dietro l’illusione che bastava essere onesti e sinceri per ottenere avanzamenti di carriera. La sua purezza non era apprezzata dai superiori, non era apprezzata dagli uomini, che preferivano donne volgari e provocanti a lei. Lei si era rimboccata le maniche aveva fatto piazza pulita di amiche false, di fidanzati idioti, di parenti perfidi e si era creata una sua nicchia da dove vedeva gli altri vivere. Nel suo nido caldo pochi avevano avuto accesso. La smania di vivere si era tradotta in voglia di girare il mondo, in voglia di scrivere per affidare alla pagina quello che non poteva confessare a anima viva. Si chiedeva cosa avrebbe raccontato di divertente a un figlio. In realtà a ben guardare c’era molto da raccontare per filo e per segno. Si poteva cominciare dal dolore del parto, dalla repulsione di alcuni uomini per la puerpera con il seno sfatto, dall’assalto delle malattie infettive nei primi anni di vita, dall’asilo pieno di bambini dispettosi, dalle scuole elementari piene di soprusi e sacrifici, dalla superbia dei parenti, alla gelosia del padre, dall’illusione dell’amore puro, dallo studio pesante, dal tradimento degli amici, dalle raccomandazioni per un posto di lavoro, per finire con lo sfascio della sanità pubblica, l’invidia della gente, la superbia dei ricchi, la violenza dei potenti, la tracotanza dei maligni. Si poteva poi raccontare la storia dei soprusi, delle rapine, delle violenze, della guerra, della carestia, dei terremoti, della corruzione della classe politica. Non si poteva sfuggire alla realtà e non c’era una ricetta per salvarsi. Lei stessa era vissuta per anni nella tempesta, fronteggiando il male insidioso, lottando per la sopravvivenza, per un tozzo amaro di pane, in un mondo crudele, privo di spiragli di luce, dove contava solo la carriera, il successo, il denaro. Persone che si definivano sue amiche l’avevano venduta, tradita, colpita alle spalle senza comprensione, senza misericordia, senza pietà. Le tracce dei colpi inferti erano ancora visibili nella sua anima martoriata e affranta. Le donne superbe la opprimevano con le loro frasi, gli uomini la insidiavano in modo volgare, i parenti la deridevano per la sua ingenuità. Un giorno avrebbe scritto un romanzo e avrebbe denunciato al mondo quei misfatti. Solo la scrittura era sua amica nei momenti di profonda afflizione. Non aveva fatto nascere un erede per non ingaggiare una nuova gara con i figli nati dai suoi parenti. Lei era stata sempre paragonata, messa in competizione con i cugini della sua età. Era una gara per i risultati scolastici, per i vestiti, per i viaggi. Molti parenti cercavano di umiliarla mostrandosi superiori, con frasi pungenti come vespe impazzite la bersagliavano senza un reale motivo. Non poteva far soffrire un bambino portandolo alla luce, bastava lei. Se fosse stata una bambina sarebbe dovuta essere bella, perché sembra che sia la dote maggiormente richiesta a una donna. La bellezza apre tutte le porte, gli uomini adoranti per una donna sensuale fanno carte false, vendono l’anima al diavolo pur di conquistarla. Si conquistano per lo più corpi non anime, ma nella civiltà delle apparenze l’anima non conta, in quanto nascosta alla vista. La felicità poteva essere, a queste condizioni, una illusione come tante altre, ed era poi quasi sempre legata al possesso concreto di qualcosa o addirittura di qualcuno. Lei stessa, abituata in quell’ambiente, in quel contesto, non era entusiasta di vivere. C’erano troppi limiti, troppe costrizioni. Alcune volte era con le spalle al muro. Lei stessa era contenta solo quando possedeva qualcosa: un televisore di ultima generazione, un abito nuovo, un anello brillante, un gioiello, uno scialle, una sciarpa di seta, una crema snellente, un profumo francese. Era anche lei una donna tutto sommato, anche se avrebbe volentieri preferito essere un uomo. Gli uomini avevano maggiori libertà potevano rincasare quando volevano, frequentare molte donne, divertirsi nei bar, correre con le moto a folle velocità nella notte. Uscire di notte per una donna sola era sempre rischioso, si rischiava una aggressione, uno stupro da parte di un balordo. Ogni volta si doveva fare accompagnare. Non era più giovane, non era più desiderabile, ma era una preda appetibile per un rapinatore seriale. Con il tempo, lentamente aveva compreso quali sono le cose essenziali, fondamentali. Non ci era arrivata subito. La cosa principale era la serenità interiore, il nutrimento per l’anima, i sani principi morali, intramontabili, unici. Lei non aveva bisogno di oggetti di legno, d’avorio, di cristallo, di cuoio, d’argento ma d’amore, di affetto, di carità, di perdono, di rispetto, di pace, di amicizia, di sincerità, di onestà, di comprensione, di pietà. Non aveva trovato la comprensione totale degli altri. Aveva trovato invece la superbia dei potenti, il disprezzo dei ricchi, l’invidia dei poveri, l’arroganza dei politici, la rivalità delle donne, la libidine degli uomini, la falsità degli amici, la rabbia dei colleghi. Forse il mondo non sarebbe mai cambiato e le sue parole sarebbero rimaste scritte nelle pagine del suo diario, inascoltate. Ognuno dovrebbe avere un diario dove annotare i propri sconforti, i propri crucci, le proprie intime soddisfazioni, i propri sospiri. Una sola persona non può assolutamente cambiare un sistema consolidato, collaudato per anni, per secoli. Non si può cambiare all’improvviso un meccanismo, uno stile di vita. Lei poteva solo scegliere di essere vittima o carnefice. Per la sua debolezza di carattere, per la sua malinconia poteva essere solo una vittima, calpestata, derisa, oltraggiata. La sua onestà, la sua purezza, la sua lealtà, la sua innocenza potevano solo essere oggetto di derisione. La sua anima tuttavia non era più limpida come quando era giovane, era stata contaminata. Spesso era dovuta, suo malgrado, scendere a compromessi. Nella vita bisogna sempre adattarsi. La sua anima si era macchiata come un panno esposto alle intemperie. Era stata costretta ad avere comportamenti ripugnanti per la sua coscienza. Con le spalle al muro era stata trascinata verso insani atteggiamenti rivoltanti. Nel mondo del lavoro era stata costretta a difendersi, a tirare fuori le unghie, ad offendere per non essere offesa, a reagire in modo tracotante. Nel lavoro non si ammettono debolezze, sentimentalismi, bisogna essere duri, insensibili, considerare tutti come potenziali nemici da combattere e abbattere. Nel lavoro molti la attaccavano per questioni professionali ma anche con riferimenti poco garbati alla sua sfera personale. Con frasi ad arte e insinuazioni si faceva riferimento costantemente alla sua situazione di single, alla sua condizione di zitella, questa era la parola più usata frequentemente in modo offensivo. Tutto questo per umiliarla, per farla sentire inferiore, una nullità.. Eppure lei non era maleducata, non offendeva nessuno, in fondo anche gli altri avevano i loro punti deboli da attaccare. Lei si considerava un albero senza frutti, che tuttavia aveva molte qualità nascoste, come la fiducia, la sincerità, l’onestà, la curiosità., la lealtà, che non tutti possedevano La colpiva nel profondo l’indifferenza della gente, anche di fronte alla morte. I funerali compiti con sfoggi di occhiali scuri firmati e di abiti eleganti la facevano inorridire. Gli occhi asciutti dei figli di anziani morti la dicevano lunga sui livelli di indifferenza che si erano raggiunti. Figli che non piangono per la morte del genitore, era una visione scioccante. Il corteo funebre di gente ricca con sfoggio di auto potenti, pieno di donne ingioiellate, impellicciate era nauseante. Lo sfoggio della ricchezza persino durante la messa funebre le facevano rivolare lo stomaco. Molte donne durante l’orazione funebre mostravano sfacciatamente scollature e anelli di brillante, come niente fosse. Ostentavano anche davanti a una bara. Molti figli non portavano il lutto per i genitori e anzi si vestivano al funerale e nei giorni successivi, sfacciatamente di rosso, come un oltraggio, come l’ultimo schiaffo prima del congedo definitivo dalla scena del mondo. Chi portava il lutto in segno di rispetto, secondo la tradizione, veniva deriso, preso in giro. Molti figli non facevano neppure la corona alla propria madre considerandola una cosa superflua, superata. Spesso i figli facevano ai genitori funerali scadenti, non serviva spendere soldi per un semplice commiato, meglio spenderli per un viaggio esotico in terre lontane. I vecchi in fondo devono morire, non posso vivere e disturbare con i loro malanni. Il nero si metteva in dosso solo se andava di moda. Se andava di moda si potevano vedere donne completamente in nero. Alla fine si era dimenticati come ci si dimentica di una persona incontrata per caso e mai più rivista. L’indifferenza degli infermieri davanti alla morte di un paziente in una corsia di ospedale era una cosa agghiacciante, che faceva venire la pelle d’oca, che colpiva come uno stiletto d’acciaio conficcato nelle carni. Non c’era scampo di fronte alla crudele solitudine della morte. Il feretro che veniva lasciato da solo nel cimitero mentre tutti fuggivano via presi da ridicoli impegni. La cruda realtà che non ammette sogni, distrazioni, momenti di pura e lucida felicità piena. Una realtà con cui tutti devono fare i conti, molti si comportavano invece come se fossero immortali. Eppure spesso sarebbe bastato un gesto di solidarietà, un abbraccio, una stretta di mano calorosa, un po’ di pietà, di comprensione per poter sopravvivere. Irina si era abituata allo sguardo freddo del potere, della morte. Ai funerali partecipava distaccata, non si lasciava trascinare volutamente dalle emozioni, gli occhi non erano mai velati di pianto. Si era stancata di mostrare apertamente il suo dolore. Tutti tendevano a nascondere la malattia come fosse una sconfitta personale. Durante alcune sue malattie spesso aveva visto la commiserazione negli occhi della gente, delle amiche. Veniva guardata come fosse una appestata, come se ammalarsi era una colpa. Bisognava sempre mostrarsi perfetti, allegri, in salute come mostravano alcune pubblicità menzognere. In alcune pubblicità le donne erano tutte stupende, gli uomini tutti con il sorriso accattivante. Lei con il tempo aveva imparato a mascherare i sentimenti, a non raccontare gli affari privati, compresa la malattia. La malattia era una questione strettamente privata, gli altri non intendevano partecipare, semmai intervenivano per compatirla con sguardo avido. Si era rinchiusa in se stessa, come un gatto si ritira per leccarsi le ferite. Alla fine si sarebbe allontanata in punta di piedi, come un animale ferito e braccato si sarebbe nascosta alla vista del mondo. Sapeva che spesso i gatti quando si sentono male e prossimi alla fine si ritirano, spariscono alla vista, muoiono in silenzio, lontano da occhi indiscreti, indagatori. Nella morte dovremo essere assistiti, compianti, seguiti invece veniamo lasciati liberi come un fazzoletto al vento. Nella morte purtroppo si è spaventosamente soli, come nella malattia, come nella disgrazia. Il problema cruciale era che il carattere di Irina non era adatto alla lotta, lei era dolce, timida, semplice, svampita, disordinata, distratta, onesta, introversa, serena, tranquilla, amante della pace. Spesso in alcune circostanze aveva dovuto mostrarsi di fegato con enorme sforzo, reagire, maltrattare delle persone, lei che non avrebbe sfiorato una persona nemmeno con un dito, coinvolgere gente, comportarsi in modo diverso dalla sua natura. Ogni volta faceva peccati contro natura, si violentava per apparire diversa da quello che era. Quante volte aveva tradito la sua vera natura? Era stanca in definitiva di mentire, di giocare, di fingere, ora che aveva ormai ottanta anni. Si sentiva tradita dalla vita stessa. Solo il giovedì pomeriggio poteva ricevere in tutta tranquillità qualche conoscente e lei aspettava quel momento con gioia, con trepidazione. In realtà gli amici si potevano contare sulla punta delle dita. Le amiche l’avevano tutte abbandonata o perché erano morte o perché le avevano voltato le spalle sul più bello. La sua migliore amica Sandra, una donna bionda e perversa, molto diversa da lei per temperamento e per carattere, l’aveva lasciata quasi senza motivo. Un giorno di tarda primavera, quando lei desiderava vederla per una passeggiata, l’aveva liquidata con frasi ingannevoli. Non l’aveva più cercata nemmeno per gli auguri di rito ossia a Pasqua e a Natale. Spesso aveva sorpreso la sua amica ridere sotto i baffi per la sua ingenuità, per il suo candore. Lei si reputava superiore, era scaltra, viziosa, ambiziosa, maligna. Era una donna passionale, aveva avuto molti amanti, fumatrice incallita, meschina, capace di paurosi voltafaccia. Era una donna moderna, malvagia, superficiale, priva di sentimenti autentici. Il giovedì riceveva quasi sempre la stessa persona con cui aveva condiviso alcuni momenti importanti del passato. Dario veniva dal passato e le portava comunque sempre una ventata di aria nuova, non viziata, i ricordi tornavano prontamente alla sua mente. Erano ricordi vividi, luminosi, che la stimolavano ad andare avanti nonostante gli acciacchi dell’età che avanzava. Non poteva ricevere tutti i giorni, per un regolamento interno molto rigoroso, ma anche perché la malattia delle ossa non le dava tregua. Aveva forti dolori ostio articolari che curava con pomate, unguenti e pillole che lenivano il dolore e che la fiaccavano e le rovinavano lo stomaco già delicato. Era esausta e stanca di combattere una malattia che dilagava come una macchia d’olio. Lei inoltre non voleva creare problemi con il personale, con le infermiere e quindi cercava sempre di essere conciliante mentre magari dentro ribolliva di rabbia. Lei avrebbe ricevuto Dario ogni giorno se le fosse stato possibile, ma il destino ci mette sempre una pistola puntata alla tempia. Non possiamo mai avere tutto quello che ardentemente desideriamo. Ora era una vecchina minuta, scialba, con i capelli corti e lisci, di bell’aspetto, nonostante l’età. Solo gli occhi erano rimasti gli stessi, sempre con quella luce dentro, come ci fosse un caminetto acceso, grandi, leggermente a mandorla, con le ciglia lunghe che un tempo erano stati conturbanti con il loro sguardo tagliente. Capiva che con il tempo solo gli occhi restano intatti e parlano di antiche cose passate come un vecchio e polveroso libro di versi dimenticato in un cassetto. Gli occhi che sono il riflesso dell’anima. Nessuno avrebbe mai dovuto dimenticare quegli occhi, quello sguardo implorante. Dovevano recarsi al pensionato solo per vedere quegli occhi sinceri, puri e invece le visite erano rare. La gente frettolosa non aveva tempo, doveva fare cose più urgenti: giocare al superenalotto, portare a spasso il cane, ballare, suonare la chitarra ecc. Dario forse si recava da lei per vedere ogni tanto sorridere quegli occhi. Gli altri, gli amici, i conoscenti, non avevano tempo per lei, erano troppo impegnati. Nessuno staccava la spina per fare un’opera di carità, per far passare in chiacchere delle ore felici a una anziana donna. La solitudine della vecchiaia le ricordava la solitudine della morte. La gente era sfuggente anche per tutta una serie di pregiudizi. Donne che non frequentavano altre donne per una questione di vestiti, di livello sociale, di interessi materiali. Allora l’isolamento diventava totale, assoluto. Lei cercava dei surrogati di amicizia nei libri e nei racconti scritti da lei. La scrittura era uno sfogo naturale, sano, perfetto. In assenza di amici bastava una pagina bianca a farla felice o un libro giallo Mondatori. I suoi occhi rilucevano nella penombra del giardino ed erano ancora bellissimi. L’unica cosa bella che aveva erano gli occhi, ma nessun uomo aveva mai notato questo particolare. Aveva imparato subito l’importanza dell’aspetto fisico, lei che non era mai stata bella nel senso proprio del termine. Ogni tanto quegli occhi suoi avevano suscitato interesse se non altro per quella forma particolare, per quella luce che sovente li animava. Quegli occhi suscitavano l’invidia delle donne, che cercavano di sminuire la loro bellezza e di guardarla torvo come se fosse colpa sua avere quello sguardo sensuale. Erano in verità occhi sensibili, teneri, pronti ad abbassarsi per la vergogna e il pudore, sinceri, disposti a piangere per un sentimento, per amore, per una scomparsa, per la morte di un gatto. Una volta era morta una gatta Gelsomina che aveva in comune con sua cugina, di razza, dagli occhi gialli e il musetto rosa, e lei aveva pianto disperata, invece sua cugina era rimasta impassibile, crudelmente indifferente. Era naturalmente sua cugina quella che riscuoteva l’ammirazione degli uomini, perché alcune volte non avere cuore è un grande pregio. Gli uomini per natura sono attratti dalle donne crudeli, dal cuore duro e languide, sensuali come gatte in amore. Quante lacrime invece lei aveva versato per la perdita di suo padre, di sua nonna, dei suoi cari? Del passato non era rimasto più niente, solo Dario, che non la soddisfaceva più di tanto essendo anche lui un uomo legato al mito del sesso e del denaro, come molti, come quasi tutti. Molte persone non sarebbero venute al suo funerale, lo sentiva sulla pelle, lo avvertiva nell’aria. C’’era un astio che nemmeno la morte frenava e anche lei era divenuta con il tempo nei confronti di certa gente intollerante, esigente, sprezzante, indifferente. La vista di certe persone meschine le ripugnava. Sfuggiva alcune persone come si sfugge alla peste. Con Dario esisteva una promessa, un patto: doveva seguirla nel pensionato e al funerale. Avvisata dell’arrivo di Dario Irina si preparò per l’incontro, si ravvivò i capelli, si aggiustò l’abito, aggiungendo una collana di coralli dal tocco ricercato, si mise la cipria si aggiustò come una ragazza va all’appuntamento con l’amato. Dario era rimasto l’unico con cui ancora poteva parlare liberamente, senza esitazioni, trepidazioni, falsità, nascondimenti. Lui l’aveva capita in parte perché era molto simile a lei. Avevano patito le stesse ingiustizie, subito gli stessi affronti dalla gente, dal destino. Entrambi da adolescenti avevano dovuto indossare gli occhiali, sentire la derisione dei compagni, gli sputi in faccia dei colleghi di scuola, l’indifferenza degli insegnanti e dei membri dell’altro sesso. Indossato lo scialle di merletto, un profumo francese scese lentamente le scale e raggiunse il pianterreno. Nel salottino di velluto stinto, che nessuno pensava a ravvivare, incontrò il suo amico Dario. Erano molto amici, nonostante la notevole differenza di età. Fra loro c’era sintonia, bastava uno sguardo per comprendersi, per capirsi. Avevano avuto molte esperienze comuni, si sentivano affini nella loro umile vita fatta di vento e di nebbia. Appena vide Dario il viso di Irina, sempre un po’ pallido, si illuminò piacevolmente. Gli occhi di Dario erano scuri, profondi, un po’ tristi, espressivi, brillavano nella luce stanca. Erano occhi dolorosi che avevano visto più del dovuto, ed erano colmi di disincanto, di distacco, di fredda indifferenza, incapaci di provare un sentimento, una meraviglia. Erano occhi che conoscevano lo sguardo austero del potere, quello sprezzante delle donne graziose, il gelo della morte, l’inutilità delle lotte, l’interesse che annienta, che falsifica il genuino candore dell’anima. La sua anima era contaminata come un terreno che circonda una centrale nucleare. Non era un uomo corrotto, ma il tempo l’aveva reso arido come un deserto in piena estate. Per lui non c’erano mai stati sorrisi, porte aperte, abbracci, spensieratezze. Aveva tirato avanti il carretto come un ambulante che vende fusaglie, zucchero filato per pochi soldi e che attende trepidante l’arrivo dei bimbi all’uscita di una scuola. Si può vivere anche ai limiti della sopravvivenza, senza orpelli, senza lussi. Dario non era mai stato ricco anche se avrebbe voluto e per questo invidiava con tutte le sue forze le persone benestanti. La sua era un’invidia corrosiva che si manifestava apertamente con uno sguardo cupo, pieno di livore come un cielo d’inverno. Era capace di odiare nel profondo anche la sua donna, se era una donna ben messa economicamente. I soldi per lui erano la vita, non aveva ideali, pensieri positivi nemmeno per lei, per Irina. Allora come mai lei cos’ sentimentale lo accettava? Lo accettava perché nel suo sguardo con gli occhiali, nel suo corpo gracile, esile riconosceva tutte le sue sconfitte, tutte le sue disfatte. Nella sua paura reverenziale per il potere rivedeva la sua testa bassa di fronte a donne in carriera, belle, con lo sguardo altero. Erano due anime, lei e Dario, perse nella tempesta della vita senza scampo. La via d’uscita era lontana come un labirinto di un giardino all’italiana, fatto a posta per perdersi. Cosa c’era stato veramente fra loro due? Molti maligni avevano fatto mille congetture, mille insinuazioni senza ritegno. Tutto in effetti era rimasto avvolto nel mistero più fitto. Tra loro c’era sicuramente molta complicità e amicizia. Le stesse suore del ricovero per anziani non capivano bene la natura di quello strano rapporto. Pensavano che Dario fosse qualche figlio segreto di Irina o qualche suo nipote, ricomparso dal nulla per accaparrarsi l’eredità, o il figlio di qualche sua intima amica, morte in giovane età lasciando un vuoto incolmabile. Le suore in quanto suore non erano migliori di altre persone. Alcune erano avide, superbe, orgogliose, poco cristiane, poco disponibili pregavano in continuazione ma senza aiutare nel concreto, pensavano alla carriera, a come diventare badesse, ma lo spirito di carità era assente come nuvole nel cielo completamente terso. L’abito era solo un involucro che racchiudeva un’anima arida, priva di slanci, di emozioni, un’anima nera come un caminetto pieno di fuliggine. Le suore erano come gli altri, con gli stessi difetti, con le stesse ambizioni, la stessa cattiveria. Al tempo della frequentazione di Irina con il giovane Dario erano circolati vari pettegolezzi, soprattutto fra le donne, sempre attente all’erba del vicino. Gli uomini erano più superficiali, meno amanti del pettegolezzo puro. Gli amici uomini erano più sinceri, anche se erano rari. Dare amicizia a un uomo significava invitarlo a una sorta di corteggiamento. L’amicizia tra un uomo e una donna era considerata sospetta, celava una relazione. Tuttavia nelle amicizie gli uomini erano più leali, meno antagonisti fra loro. Lei non capiva come mai ogni volta tra due persone, anche amiche da molti anni, o addirittura parenti, si dovesse ingaggiare una specie di lotta antagonista, lotta che diventava un gioco al massacro. Ognuno cercava di mostrarsi superiore, di annientare l’altro, di umiliarlo anche con battute piccanti. Nessuno capiva che alla fine dobbiamo morire tutti e la guerra spietata non porta da nessuna parte, porta solo alla divisione, alla separazione, al dolore cieco. Nessuno sapeva spiegare la natura di quella comunione segreta fra Irina e Dario. La differenza di età, di carattere, di aspetto non contribuiva a una chiarificazione. Alcuni avevano pensato giustamente a un probabile rapporto di lavoro fra i due. Ci si rese conto che era impossibile in quanto Irina era impiegata e Dario un semplice operaio. Quale legame, collegamento ci poteva essere fra i due così diversi? Alcuni avevano creduto a un rapporto nato a scuola, o in un oratorio, ma la differenza di età smentiva queste supposizioni. Irina era laureata in economia ma Dario aveva fatto solo le scuole dell’obbligo. Culturalmente erano distanti anni luce, Irina accanita lettrice, era profonda conoscitrice della sua materia, della legislazione economica. Inoltre era scrittrice di novelle, di articoli, amante di viaggi, mostre, collezioni, musei, teatri. Dario, dal canto suo, era digiuno di nozioni anche fondamentali, ed era esperto solo del gioco di carte. Amava la natura, stare all’aria aperta, praticare sport come yoga e footing. Dario era terreno, realista, pratico, poco incline ai sentimentalismi, poco sensibile, Irina era dolce, tenera, sensibile, romantica. C’era una unica passione che li accomunava, quella per il mare. Il mare, con il suo moto ondoso incessante, cullava i loro sogni infranti, teneva vivo il loro umore, li allontanava dalla grigia quotidianità. Al mare si rilassavano completamente, dimenticavano persino il loro nome, da dove venivano, perché si trovavano sulla spiaggia di un località balneare quasi sconosciuta. Sulla sabbia di notte ballavano strane danze nella luce dei falò accesi da giovani gruppi. Il mare esercitava su di loro un fascino strano e misterioso. Il mare era un padre buono che li accoglieva, li perdonava, li aiutava. Nelle lunghe sere d’inverno, tristi, sotto la pioggia battente ripensavano con nostalgia al mare, alla sua voce, ai suoi sussurri. Il mare era il loro compagno di viaggio, quello che registrava il passaggio delle stagioni come la sabbia di una clessidra. Il mare era affine a loro. Era vasto, dispersivo, pericoloso, furioso, vago, immenso e nello stesso tempo rifugio, protezione, riserva, centro di ascolto, luogo di benessere fisico e psichico. Il mare guardava passivo scorrere le ore, muto testimone del tempo che passa, silenzioso, anche nel suo fragore impetuoso, specie nella fredda stagione. Mentre tutto passava il mare restava al suo posto vigile, attento, premuroso. Il suo caldo abbraccio era un sollievo d’estate, il suo paesaggio era carezzevole alla vista. C’erano poi mari estesi come il dolore, oceani immensi come gli occhi profondi di una tigre. I mari si estendevano smisurati, lambendo la terra, sfiorando l’anima. Nelle loro peregrinazioni, nei loro viaggi errabondi avevano conosciuto mari diversi, mari salati, stretti e tortuosi, mari simili a laghi, mari grandi come la terra, scuri come la notte. Solo il profumo era sempre lo stesso come il profumo delle mimose in fiore e delle ginestre. Spesso soli, ognuno infatti pensava a se stesso, chiuso nei propri pensieri, si recavano insieme al mare, magari nel posto più vicino, e facevano lunghe passeggiate e bellissime gite in barca. La gente vedendoli pensava che forse si frequentavano perché facevano parte dello stesso circolo nautico, oppure seguivano gli stessi corsi di vela e di nuoto. Irina non era amante degli sport e non sapeva nuotare. Odiava gli sport competitivi come la corsa, il nuoto, ecc. Dello sport rifiutava a priori la competizione sfrenata, pesante. Preferiva correre da sola nel parco ma lo faceva raramente e solo quando aveva voglia. Nel parco cittadino una volta giovanissima era stata aggredita ed era riuscita a scappare sia pure con gli abiti a brandelli. Non né aveva fatto parola con nessuno, ma da quel giorno era stata più attenta. I politici della circoscrizione avevano promesso mare e monti ma alla fine il parco era rimasto quasi sempre poco protetto e custodito. In fondo la politica si fonda sulle parole e sulle promesse mai mantenute. Era tipico dei politici cercarti nelle elezioni per avere delle preferenze e poi dileguarsi dopo il risultato elettorale. All’inizio lei ci aveva creduto, ci aveva messo l’anima, alcuni li aveva sostenuti poi si era disamorata e aveva rinunciato alla politica, a considerarla importante per la vita. Si poteva vivere lieti anche lontano dalla politica. In politica c’era bisogno di onestà, di serietà, di rispetto. Il mare conservava il segreto stesso delle origini della vita e per questo loro due erano attratti. Un segreto morboso e perverso accomunava Dario a Irina, in un gioco sapiente di specchi le loro anime si rimandavano immagini sfocate di passate stagioni vissute insieme, ormai trascorse ma conficcate fra le pareti stanche del cuore. Insieme avevano visto fiorire i ciliegi a primavera, le piazze innevate, le strade battute dal vento autunnale, i terrazzi invasi dalla calura estiva. Due persone apparentemente diverse, per gusti, stili di vita, per età, per cultura che si comprendevano, che si cercavano. Molti avevano rinunciato a capire quella strana sintonia di anime lontane. Nel quartiere morbosamente si cercava di carpire informazioni sulla natura di quella storia. Le chiacchiere se ne erano fatte tante, ma nessuno era mai approdato alla verità. Eppure doveva esistere una verità. Di ogni fatto esiste sempre una verità assoluta, unica, inimitabile, perfetta. Solo che ognuno di noi è intento a mascherare anche a se stesso ciò che appare palese nella sua evidenza. La verità in alcuni momenti può essere crudele, insensata, atroce, somigliare alla vendetta del destino. La verità può essere lacerante, scomoda, insensibile, assurda. Spesso ce ne dobbiamo fare una ragione, le cose non vanno come desideriamo e la verità potrebbe essere che ognuno è causa del suo male. Nel momento in cui scegliamo una strada, dopo essere stati di fronte a un bivio, decretiamo la nostra resurrezione o la nostra condanna a morte. Scegliere è difficile come quasi vivere. Eppure ogni volta dobbiamo scegliere, ogni minuto, ogni istante. Dobbiamo scegliere il colore del nastro per capelli, il cibo per il pranzo, la scuola superiore da seguire, le persone da frequentare. In certi casi il destino ci mette con le spalle al muro, non ci fa scegliere. Alcune volte il destino sembra dirci prendere o lasciare, e noi sovente lasciamo per paura, per non essere coinvolti, per quieto vivere, per rassegnazione. Il rimpianto, il rimorso accompagnano i nostri giorni dopo l’errore di valutazione, dopo aver sbagliato strada, eppure all’inizio pensavamo di aver scelto bene. Scelte sbagliate che si accumulano sulla nostra strada come palline di grandine nei rivoli dei campi. Non si può tornare indietro, ripercorrere a ritroso la strada del tempo. Ci dobbiamo adattare, l’accomodamento è l’atteggiamento migliore. Irina e Dario erano ermetici, chiusi, riservati, difficilmente parlavano apertamente della loro vita privata. Lei era riservata, schiva, silenziosa, conduceva una vita ritirata, con pochissime amicizie. Lui era timido, ritroso, ombroso e scontroso come un cinghiale colto nell’orto. La loro chiusura non era casuale, era la conseguenza di quanto era accaduto nel passato, era una forma di difesa forte, imponente. Chiudersi per paura di essere derisi, esclusi, maltrattati, per non sentire, per non vedere le storture, le ingiustizie sociali, le malattie, le disgrazie, il furore dei potenti. Atteggiamenti che sono conseguenza di un passato oscuro e maligno, fatto di tappe dolorose come le stazioni di una via crucis. Il loro comportamento era una reazione, anche violenta, a certi accadimenti. Una specie di ribellione, di intolleranza. Irina non tollerava più lo sguardo malizioso delle donne, quello superbo dei ricchi e quindi si chiudeva come un baco nel bozzolo. Irina aveva avuto le sue spine, alcune conficcate nel cuore, le sue trafitture, Dario aveva come una lima conficcata dentro che ad ogni movimento del corpo dolorava. Chiudersi a riccio era il minimo che si potesse fare in certe drammatiche circostanze. Irina vedeva trascorrere le giornate tutte allo stesso modo, poteva percorrere gli anni che l’attendevano al varco bendata. La sua vita si inaridiva, perdeva vigore come un fiume si stempera con poca portata d’acqua, verso il mare salato. Quando lavorava, prima dell’ozio della vecchiezza, la giornata tipo era più o meno sempre la stessa: colazione abbondante al mattino presto, veloce, la cerimonia di vestizione seguiva la colazione. Ogni giorno doveva indossare un abito diverso per non sfigurare con le colleghe. Spesso era costretta a comprare nuovi abiti di moda per non subire lo sguardo atroce di colleghe insidiose, che la scrutavano inclementi, senza pietà. Come se l’abito fosse prioritario, scriminante. Lei era ghettizzata spesso perché vestiva elegante snobbando volutamente la moda. Non capiva perché doveva indossare un modello, un colore che le stava male solo per seguire fedelmente i dettami della moda. Dopo aver stabilito cosa indossare, cosa non facile, usciva per recarsi al lavoro in autobus. In ufficio rimaneva fino alle sedici del pomeriggio fra scartoffie e incombenze varie. Sul lavoro era abbastanza scrupolosa, precisa, aveva spiccato il senso del dovere, ogni tanto certo si distraeva, era metodica, e non consentiva ai colleghi di entrare nella sua vita privata. Nel pomeriggio faceva operazioni di routine, cose di ordinaria amministrazione: la spesa, noiose visite mediche, stiratura di abiti, pulizia della casa, acquisto nei negozi, telefonate ad amici, ritiro nella tintoria, visita a un malato della parrocchia, ecc solo qualche sera si concedeva una cena con un amica fidata, rara come una mosca bianca, una cena con Dario in qualche locale fuori mano per non incontrare nessuno dei conoscenti. La sera, spesso alla luce della lampada rosa, soffusa leggeva romanzi d’amore e di avventura, scriveva storie piene di pathos. Ogni tanto partecipava alle riunioni di un gruppo di volontari nella vicina chiesa, ma tra loro non c’era una vera amicizia, solo una collaborazione, una sorta di lavoro di squadra. L’estate era il momento più bello per lei, infatti organizzava sempre un viaggio nel mese di luglio e poi trascorreva al mare il mese di Agosto, nel suo per così dire habitat naturale. Se avesse potuto sarebbe vissuta al mare. Ogni anno cambiava spiaggia per non dover incontrare la stessa gente. Molti abitudinari infatti prenotavano sempre allo stesso albergo, nella stessa struttura, andavano per anni alla stessa spiaggia felici di rincontrare le stesse persone. Lei amava cambiare, non farsi riconoscere, non farsi notare. Infatti ogni volta che era ritornata nello stesso luogo aveva dovuto fare i conti con persone moleste, donne soprattutto, che la perseguitavano con pettegolezzi e gare. La gara veniva ingaggiata per gli abiti, per i costumi, e lei era costretta a subire le occhiate di commiserazione o di invidia, a seconda dei casi, delle donne sue coetanee o più grandi. Le donne giovanissime, specie al mare, la snobbavano come se loro fossero eternamente giovani. Povere illuse, anche per loro sarebbe giunta l’ora x, l’ora di fare i conti con le rughe, con i capelli bianchi, con i fianchi larghi e le mani ruvide. Le donne giovani avevano nei suoi confronti un manifesto senso di superiorità. Il suo mediocre aspetto fisico le faceva sentire regine e padrone indisturbate del campo. Lei veniva messa da parte come una vecchia ciabatta consunta e logora, pronta per essere buttata. Con il tempo al mare aveva imparato a non dare confidenza a nessuno, specialmente a donne, a leggere sulla spiaggia sotto il sole cocente. Non parlare, non confidarsi sembrava la strada più giusta. Chi ha più prudenza l’adoperi. Lei si era trincerata dietro un cappello di paglia, occhiali scuri e un libro giallo. Gli occhiali scuri la facevano sentire a proprio agio, vedere senza essere vista. Le davano un senso di onnipotenza, di protezione. Gli occhiali scuri erano uno schermo, un paravento dove nascondersi in ogni occasione critica. Spesso quando doveva incontrare una persona negativa, malefica indossava di proposito occhiali nerissimi, che non lasciavano intravedere lo sguardo. Con gli occhiali neri ben indossati poteva dire tutto quello che pensava senza peli sulla lingua alla persona in questione. Gli occhiali le davano forza, le infondevano coraggio. La sua innata timidezza veniva vinta grazie a un semplice e utile accessorio. Aveva diversi paia di occhiali a seconda delle circostanze: sfumati per le giornate spensierate, nerissimi per gli incontri con donne fatali e perfide o con uomini di potere, corrotti e superbi, leggeri per le escursioni in montagna, finissimi per gli incontri amicali, rifiniti in oro per le cerimonie eleganti, ecc. Spesso anche durante delle cerimonie tipo matrimoni, delle feste aveva indossato occhiali scuri per poter confondersi meglio tra la folla, per non guardare diritto negli occhi nessuno, per essere sfuggente come una nuvola in movimento. Non amava le situazioni ad alta tensione, luoghi di lavoro altamente competitivi, la tracotanza delle donne in carriera, la superbia dei ricchi e dei potenti. Amava la quiete e gli occhiali scuri erano affidabili compagni di svago, le tenevano compagnia in ogni circostanza, non la deludevano mai. Nelle interminabili riunioni di lavoro lei si nascondeva, si occultava dietro un paravento nero anche per non subire lo sguardo tagliente di colleghi rivali. Tutti sembravano dimenticare una cosa fondamentale: la morte è uguale per tutti e non fa sconti, non serve affannarsi, lottare, fare del male agli altri. Chi di spada ferisce poi di spada perisce per una misteriosa legge di natura. Da ragazza specialmente aveva sempre indossato occhiali scuri anche per qualche incontro galante dove la timidezza era affiancata da una specie di soggezione e imbarazzo. Gli uomini troppo belli li aveva evitati come la peste. Davanti a loro si sentiva una nullità e aveva sempre creduto che la corteggiassero per prendersi letteralmente gioco di lei. Li aveva respinti con tutte le sue forze, provocando rabbia e sconcerto. Magari qualcuno era anche innamorato di lei ma lei non ci aveva creduto. Aveva respinto un uomo con occhi blu oltremare e i capelli nerissimi che era divenuto un noto imprenditore e un ragazzo biondo che era diventato un famoso cardiochirurgo. Si domandava come sarebbe stata la vita con loro, ma forse l’amore perfetto era una pia illusione. Nuvole di pioggia si addensano sempre anche nel cielo più luminoso. Da giovane non era comunque stata una ragazza spericolata, avventata, sbandata, ma sempre riflessiva, seria, forse un po’ troppo malinconica. Con quell’aria triste faceva venir voglia di coccolarla. Apparentemente fragile, tanto che molti avevano pensato bene di raggirarla o per lo meno di tentare, era testarda, dura, inflessibile, intollerante di fronte alle ingiustizie sociali, capace di azioni di forza incredibili. Il fine settimana lo trascorreva in modo tranquillo: risistemava le stanze, visitava musei e mostre, faceva passeggiate, andava nei locali, nelle pizzerie, nei teatri, nei bar, nelle feste paesane, guardava la tv, telefonava, andava in casa di qualche amico, faceva delle gite divertenti ecc. Il suo divertimento non era mai sfrenato, sopra le righe, impetuoso, corrotto. Spesso preferiva leggere romanzi, saggi, chiusa in casa piuttosto che uscire. Nelle giornate di pioggia si rintanava nella sua casa, nel suo angolo preferito, dove c’rea una comoda sedia a dondolo in velluto rosso e con il sottofondo di una musica melodica, leggeva gialli, dispense, giornali, riviste, romanzi d’avventura. In realtà stava bene solo con se stessa e forse solo con se stessa. Alcune volte si detestava e preferiva pensare a come farla finita, a come uscire di scena. In fondo la sua vita le sembrava inutile. Solo la scrittura le dava consolazione, le faceva capire quale era il suo dono. Forse la sua presenza nel mondo non era stata vana. Era nata per scrivere e per denunciare le ingiustizie, era nata per combattere come le aveva detto un giorno scherzando un mago che faceva le carte in una piazzetta vicino casa sua. All’inizio non aveva compreso quella frase sibillina: nata per combattere. Lei che non faceva male nemmeno a un moscerino, lei così debole non poteva essere nata per un ruolo da leonessa combattiva. Lei combatteva con la penna non con la spada, era questa la giusta interpretazione. Con il tempo la sua natura selvaggia, la sua scontrosità si era accentuata a causa anche delle delusioni patite. Preferiva in effetti stare sola piuttosto che in compagnia, specie se questa era falsa. Non erano di suo gradimento le persone scostanti e fanatiche. Si trovava bene a parlare solo con Dario, perché era un colloquio alla pari. Il sodalizio con lui durava da anni, ed erano sempre andati d’accorso, salvo casi rari. Erano sempre stati affiatati tranne una volta in cui il loro rapporto aveva subito un’incrinatura, un colpo di arresto a causa di un momento di incertezza di Dario, sempre smanioso di cose nuove e bisognoso di affetto. Dario aveva smesso di vederla perché si sentiva inadeguato, chiamato forse a un’altra vita, a altre esperienze. Era stato lo smarrimento di un attimo, di un’anima tormentata in cerca di un approdo. L’approdo era e poteva essere l’abbraccio di Irina, il suo sostegno morale, le sue parole di conforto calde come pane appena sfornato, le sue mani protettive, il suo sguardo vellutato, le sue maniere gentili, i suoi modi dolci come le margherite di Stresa ricoperte di zucchero a velo. A Dario non aveva mai torto un capello, lo aveva anzi sempre difeso, protetto, aiutato, come si aiuta un figlio, quel figlio che non aveva mai avuto. Dario era sempre stato più fragile di lei, più pessimista, più realista. Si abbatteva facilmente per ogni ostacolo, non era combattivo, vigoroso, forte. Lui era tremendamente pessimista, non vedeva mai spiragli di luce, aperture, soluzioni. In certi casi, come sul conto dei politici, in effetti aveva ragione. I politici pensavano solo alla loro ascesa al potere incuranti della povera gente. Bussare alla loro porta dopo il voto significava rimanere al palo. I politici non ascoltavano, non avevano cuore, non sentivano le esigenze di quello che loro forse in modo sprezzante definivano popolo. Erano presuntuosi, arroganti, si sentivano superiori. In fondo se erano al potere, nella regione, nel comune lo dovevano agli elettori che invece trattavano come fosse carta straccia. Lo sguardo di un politico ti faceva sentire una nullità. Tante volte Irina aveva preso l’ascensore con vari amministratori e donne di potere ed era rimasta scioccata dal loro sguardo indagatore e superiore. Il disprezzo lei lo percepiva sulla pelle. Eppure a lei non mancava nulla, aveva cultura, una discreta presenza, proveniva da una famiglia di alta borghesia, aveva un lavoro, amici, conduceva una vita normale, e allora perché tanto livore, tanto astio, tanta altezzosità manifesta.? Forse era il suo modo di vestire classico, serio che faceva propendere verso il disprezzo o il senso di superiorità dato dall’incarico, dalla carica ottenuta a forza di sgomitare. Lei, aveva capito, per i politici e le loro segretarie, non esisteva, era trasparente, invisibile, opaca. I modi delle segretarie erano sbrigativi, rudi, la voce dei politici di turno era distante, distaccata, fredda. Dario davanti ai politici si intimidiva, perdeva l’uso della favella, sentiva soggezione, una specie di timore reverenziale lo prendeva. Non potendo competere con loro culturalmente si sentiva schiacciato. I loro discorsi forbiti lo stordivano. Lei invece con la sua laurea, la sua preparazione, le sue letture, i suoi scritti poteva competere con loro, ma loro non la vedevano o fingevano di non notarla. La ignoravano come se lei fosse un moscerino leggero che volteggiava nell’aria. Dario non voleva aver a che fare con i politici, non voleva incontrarli, sentirli telefonicamente, seguire i loro comizi fatti in piazza, le loro presentazioni di libri fatte nelle accademie, nei teatri. Irina ogni tanto seguiva alcune manifestazioni pubbliche dove erano presenti anche dei politici. Durante questi eventi avvertiva l’austerità di certe persone in vista, la supponenza, la superbia. Le donne entravano con passo felino e si guardavano intorno in cerca di ammirazione, i grandi capi in giacca e cravatta e cappotto firmato si facevano attendere come una sposa sull’altare. In fondo era per loro che aveva cominciato a scrivere. Una volta durante un grande raduno politico era stata chiamata a lavorare gratuitamente in uno stand di esposizione dove si faceva opera di volantinaggio. Lei era stata collocata con lo stand proprio all’ingresso e poteva vedere tranquillamente tutte le persone che varcavano la soglia di ingresso. Era stata investita dallo sguardo arrogante delle donne, che quasi la sfidavano, e da quello lascivo, languido, superbo, degli uomini. Le donne la guardavano irritate, forse turbate dalla sua raffinata eleganza, gli uomini guardavano la sua scollatura coperta di velo nero e si atteggiavano con aria prepotente e sfrontata. Alcuni avevano tentato di corteggiarla in modo volgare. Era per sfuggire a quegli sguardi taglienti, sia maschili che femminili, che si era messa a scrivere una novella sulla scrivania dello stand, incurante dei passanti. Ogni volta che per caso alzava lo sguardo incontrava sguardi velenosi, che la spingevano a riabbassare lo sguardo e a riprendere il lavoro. Era durato così per delle ore, per tutto il tempo che sul palco del congresso si erano alternate le più importanti personalità che avevano fatto discorsi sapienti pieni di belle e pompose parole altisonanti. In concreto tutto rimaneva campato in aria. I buoni propositi, le iniziative audaci rimanevano sulla carta, erano solo parole, meravigliosi discorsi oratori preparati ad arte che incantavano il pubblico ma che non producevano nessun effetto. Chi era disoccupato continuava ad esserlo, le zone inquinate continuavano ad essere tali. Dario di fronte a tanta ipocrisia e sfrontatezza si lasciava andare. Ogni volta era sempre stata lei quella che lo aveva risollevato dal fango, lo aveva spinto ad agire, rassicurato, gli aveva iniettato una buona dose di fiducia. Lei era sicuramente più forte di lui, era passata sotto le forche caudine e sapeva reagire, aveva imparato a lottare per sopravvivere come una belva nell’arena che teme di essere abbattuta. Lei al fuoco con il tempo aveva imparato a rispondere con il fuoco, anche se non aveva un’indole guerriera. Necessità però fa virtù. Aveva imparato a combattere alla perfezione con armi lucenti e affilate. Lei era più decisa, più ribelle di lui. Di fronte alle ingiustizie della vita Dario era rassegnato, prostrato, incapace di reagire, preferiva soccombere, non lottava, non tentava una ribellione e questo irritava Irina che lo stimolava all’azione, all’incursione aerea come in una vera battaglia. Dario era troppo chiuso nel suo mondo, si era chiuso nel suo bozzolo come un baco da seta. Irina con il passare degli anni era diventata più aggressiva, più intollerante e rispondeva anche per le rime quando se ne presentava l’occasione. Aveva imparato a rispondere alle battute al vetriolo. Il suo carattere fondamentalmente quieto e dolce aveva subito una scossa dagli eventi, che se non l’avevano abbattuta, l’avevano trasformata come creta. Gli eventi incidono sul nostro carattere e scopriamo di fare delle azioni che sono solo reazioni a qualcosa o a qualcuno. La bontà d’animo di Irina rimaneva nel fondo della sua coscienza come sedimenti che si depositano nel fondo di una bottiglia di olio puro. Era stata contaminata dalla dura realtà che l’aveva costretta a scendere a compromessi che ripugnavano alla sua candida coscienza. Lei aveva perso la sua ingenuità, la sua freschezza, la sua purezza e un po’ le doleva. Era diventata una donna meno arrendevole, più dura. Se fosse stato per lei sarebbe rimasta sempre con quello sguardo ingenuo e tenero, che si girava in cerca di consensi. Non era nella sua natura essere crudele, spietata e questo era un problema. Era una persona di cuore in un mondo spietatamente corrotto dove contava solo l’apparenza. Spesso aveva dovuto assumere la maschera della donna di acciaio, dentro era tenera come burro. All’inizio era stata proprio quella tenerezza, quel candore a colpire Dario, abituato a essere circondato da donne superbe e aggressive. Gli uomini difficilmente si lasciavo conquistare da donne dolci e tenere, preferivano donne dal carattere forte e deciso. Le donne che amavano gli uomini di solito erano quelle più rivali con le altre componenti del gentil sesso. Questa costante l’aveva sempre colpita. Come se il veleno di certe donne fosse riconosciuto dagli uomini che si sentivano uguali e quindi approvato, difeso, accettato. Per quieto vivere aveva lasciato gli uomini al loro destino, di essere zimbelli di queste donne megalomani e selvagge.

Irina scese le scale con naturalezza, nonostante l’età, corse incontro a Dario. Era il classico incontro del giovedì pomeriggio. Tutti nel pensionato si era abituati a questo incontro. Era piacevole vederli conversare con serenità, con gioia. La loro vista faceva bene al cuore. Prendevano il tè nella veranda d’inverno, nei giorni di afa preferivano stare in giardino o su una panchina del parco, sotto un olmo o un salice. Irina non aveva il passo spedito e si aggrappava al braccio di Dario, che era orgoglioso di portarla a fare un giro. Sempre riservato non parlava, non dava confidenza a nessuno, preferiva parlare solo con lei, le altre persone nemmeno le notava. Era come se avesse ricevuto talmente tanti segnali di disapprovazione dagli altri da spingerlo a cambiare rotta e a isolarsi. Si isolava prima che gli altri lo escludessero. Si chiudeva per paura di essere offeso dagli altri, di essere trascinato dal gorgo della vita grama. Perché Irina riservava anche alle persone che più amava solo appuntamenti saltuari? Non si lasciava penetrare visibilmente, interamente, totalmente dalla persone. Si comportava come una persona invitata a una festa di compleanno che rimane impassibile sulla soglia, senza partecipare, senza sporcarsi le mani con la torta di cioccolato. Lasciava gli altri nel limbo impedendo loro di entrare nel suo santuario, nel santuario della sua anima solitaria. Bloccava tutti quelli che volevano conoscerla nel profondo. Era sfuggente come il sole fra le nuvole. Neanche Dario aveva accesso nelle sue stanze segrete dove aleggiava un vento gelido, fatto di sconfitte, parole senza senso, odi perversi, incubi malsani. La malattia dell’anima non la mostrava a nessuno, la teneva chiusa, ingabbiata e lei dilagava, sfogava talvolta nei cambi di stagione in attacchi di panico e insonnia. L’animo era sereno solo a tratti, a momenti, a periodi. Bastava un banale evento, un incidente a farla ripiombare nel buio. Allora lei ricorreva alle erbe curative, alla chimica. Si teneva in piedi grazie a gocce alle erbe dall’effetto rilassante, a pastiglie bianche per dormire, a tisane rilassanti. Un grande mistero circondava la sua anima inquieta. Non si sfogava, non diceva mai, non raccontava i fantasmi che si agitavano nel profondo del suo io. Un giorno forse sul lettino di uno psicologo comprensivo avrebbe raccontato tutta la verità, fatti all’apparenza insignificanti ma di grande valenza psicologica. Avrebbe raccontato della smania dei regali che l’aveva presa invece di pensare seriamente alla comunione, dell’attrazione fisica che aveva avuto per il marito di una sua amica, delle insidie di un missionario, dell’acquisto di farmaci mortali per farla finita. Avrebbe vuotato il sacco si sarebbe liberata dai pensieri imperfetti e dai ricordi dolorosi, dagli eventi sublimi. Avrebbe ripercorso a ritroso la sua vita per sciogliere finalmente quei nodi che ancora erano legati a doppio nodo. Avrebbe dissolto in un attimo i nodi del cuore attanagliato da mille pensieri che danzavano come libellule impazzite. Sul lettino dello specialista avrebbe raccontato la fine dei suoi sogni d’amore, la diffidenza nei confronti degli uomini, la gelosia morbosa di suo padre, gli attacchi della libido, la superbia delle donne, l’assenza di amicizie femminili. Una volta all’università durante alcune lezioni di diritto privato aveva conosciuto una ragazza dai lunghi capelli castani e gli occhi nocciola. Aveva tentato di diventare sua amica, ma lei, Tiziana, dimostrava una profonda ostilità nei sui confronti, senza motivo. Probabilmente era rimasta colpita da qualche suo intervento in qualche aula universitaria, ma l’approccio di Irina era sempre stato dolce e sincero, normale. La ragazza la evitava come fosse una appestata ma lei la salutava sempre cordialmente, con un sorriso negli occhi. Un giorno finse di non vederla per vedere la sua reazione e la ragazza sgusciò via indifferente senza salutarla. Quel giorno era avvenuta una svolta. Aveva capito che di fronte alla cattiveria di certe donne l’unica arma è il silenzio, l’indifferenza. Aveva finito per non salutare più nessuna donna malvagia. Ad alcune donne pettegole, cattive aveva tolto il saluto, ma loro non demordevano continuavano a guardarla male con occhi spietati. Gli sguardi malevoli di alcune donne trafiggevano come spilli acuti. La scrutavano per vedere gli abiti che indossava, per saggiare il suo umore, per trovare pecche, per coglierla in fallo. Molte la deridevano anche palesemente facendo le smorfiose. Lei era oggetto di critiche, di frecciate. Molte criticavano il suo modo elegante e sobrio di vestire, la sua purezza priva di libidine, la sua educazione e il suo linguaggio forbito privo di turpiloquio. Era diversa dalle altre e lo sapeva, per questo non godeva della approvazione degli sguardi maschili, sempre così attenti. Dario e Irina parlavano molto, e quello che si dicevano nel chiuso di una stanza era avvolto nel mistero. Per tutti quell’amicizia viscerale, profonda era anormale, fuori del comune. Per i diretti interessati era invece naturale, come bere un bicchiere d’acqua. L’amicizia era ossigeno che rivitalizzava la loro misera esistenza, portava una ventata nell’aria stantia di una stanza chiusa. Nonostante gli insuccessi Irina amava la vita e trasmetteva la voglia di vivere a Dario, che assorbiva tutto come una pianta nuova. Irina nel profondo del suo cuore albergava la speranza. Dario stanco, prostrato, deluso, abbattuto si rifugiava tra le braccia di quella amicizia per salvarsi. Irina amava in fondo la vita e vi si aggrappava con tutte le sue forze per risalire la china. Anche quando cadeva nel baratro più nero riprendeva coraggio, forza. I suoi sforzi per risalire erano apprezzabili, erano determinati, pronti ad abbattere a qualsiasi costo gli ostacoli. Irina aveva una notevole forza di volontà, sotto la scorza morbida, una capacità di resistenza incredibile. Lei stessa si stupiva del suo coraggio, della sua intraprendenza. A dargli coraggio era sicuramente la forza della vita che amava più di ogni altra cosa al mondo, anche se non voleva ammetterlo. Ma chi è quell’uomo che non ama la vita? Lei sapeva apprezzare le cose belle dell’esistenza, come il mare, il tramonto, le piante, la natura, gli animali, il cibo, l’affetto, la bellezza ecc. Era profondamente affascinata dal mistero della vita e spesso si chiedeva il perché della sua nascita e quale era il suo ruolo nel mondo e nella società. Alcuni misteri le sembravano incomprensibili come geroglifici egiziani. Erano senza spiegazioni sentimenti irrazionali come l’amore, che spingeva fra le braccia di uno sconosciuto, fenomeni oscuri come la morte, come l’invidia corrosiva. Si chiedeva perché bisognava morire, finire al cimitero fra cipressi alti di un verde intenso. Perché non ci poteva essere una scappatoia, una via d’uscita. Spesso da piccola, rigirandosi nel letto, prima di prendere sonno, aveva pensato a un modo per sfuggire definitivamente alla morsa mortale della morte. Non aveva trovato una soluzione, nonostante la sua mente fosse fervida di pensieri e idee. Quando moriva qualcuno passava notti insonni a pensare a questa tragica realtà e si sentiva soffocare dallo spavento. Pensava a quella bara lasciata sola nel cimitero dopo la messa funebre e il commiato. Ora che era vicina al grande passo si sentiva mancare la terra sotto i piedi. Cosa avrebbe fatto la sua anima dopo la morte? Dove sarebbe finita una volta abbandonato il corpo? Esisteva realmente una vita oltre la morte o erano tutte pietose bugie? Chi poteva rassicurarla che dopo la morte ci sarebbe stata una forma di sopravvivenza? A lei sarebbe bastato l’ombra di una vita, un’esile traccia simile a bava di lumaca. Dove poteva trovare una soluzione? Si era resa conto che per certe questioni anche importanti non c’erano soluzioni possibili. Tutto rimaneva invariato, immutato nel tempo come cristalli nel sottosuolo. Bisognava per forza vivere e aspettare la morte, sopportare le angherie del destino perverso. Non era possibile proteggersi dal male, dalle malattie, dai fallimenti. Bisognava accettare tutto con pazienza, con naturalezza. A che serviva impegnarsi, comportarsi bene se poi bastava un semplice accidente per mandare tutti i piani all’aria, se bastava una persona malvagia a distruggere quanto costruito in anni di duro lavoro. Lei si era sempre comportata da persona onesta ma i risultati erano stati mediocri. Non era stimata dagli altri, non era ricordata, non era apprezzata nemmeno dai parenti. Loro erigevano verso di lei un muro invalicabile fatto di freddezza e incomprensione. La sua bontà era presa per stupidità, per idiozia, era derisa per la sua buona fede. Il fatto era che non riusciva a fare del male, e se qualche volta era tentata provava un immenso rimorso. Era sempre vissuta da persona retta, morale, ma aveva ottenuto pochi vantaggi. Il destino aveva sempre remato contro di lei, la gente mal sopportava la sua collera davanti ai soprusi, la sua chiusura davanti al male. Non si era mai lasciata andare più di tanto, tranne rarissime volte. La gente era spensierata, amava le persone allegre, anche se superficiali. Gli uomini specialmente amavano donne vivaci e procaci. Nessuno ovviamente amava sentire persone pessimiste e malinconiche. La solitudine era stata la compagna di viaggio di Irina e di Dario. Dario oltre ad essere schivato dalla gente proprio per il suo carattere ombroso, si isolava da solo, forse per timore di avere brutte sorprese. Quel giovedì pomeriggio Irina era particolarmente disposta al dialogo e questo risollevò Dario, che si sentì all’improvviso più calmo. I colloqui con Irina lo rasserenavano perché lei era tenera e dolce come una bimba. Parlavano delle sconfitte amorose subite, degli occhiali messi con la paura di non piacere, della freddezza dei parenti, del dolore delle perdite e delle sconfitte, della ricerca spasmodica di un lavoro, delle malattie insidiose come aculei acuminati, della lotta per la sopravvivenza, della ricerca infruttuosa della felicità. Entrambi non sapevano dove stava di casa la felicità. Era una landa solitaria, irraggiungibile, come un aquilone che ha preso il volo e scompare all’orizzonte, alla vista. Quel giorno Irina aveva una proposta allettante da fargli, le era venuta in mente durante la notte. Si trattava di raccontare per sommi capi, prendendo appunti, la propria infanzia, il proprio passato, di confessarsi uno con l’altro, per consentire a lei di scrivere un nuovo racconto, questa volta ispirato a fatti reali. Tutto poteva essere adatto per scrivere un nuovo racconto. Dario sembrò riluttante, non era disposto a mettersi a nudo, nemmeno davanti a lei, aveva a tratti vergogna del suo passato. Poi in modo sorprendente il racconto iniziò. Doveva mettere in parallelo la sua vita con quella di Dario per scorgere punti di contatto, anomalie, differenze, dolori comuni.

 

Ester Eroli