In una lingua che non so più dire di Tea Ranno

Nel romanzo In una lingua che non so più dire di Tea Ranno il protagonista, dopo una vita trascorsa a Milano dove si è laureato, sposato e dove esercita la professione di giudice, decide di tentare di ritornare nella sua Sicilia dove manca da anni. Per anni non è tornato più neppure per le vacanze, fatte in luoghi lontani e esotici. Non vuole arrendersi a una vita che lo ha sfinito fatta di routine, di litigi con la moglie, con i figli, con l’amante, e vuole riconquistare la sua terra che ormai lo considera un estraneo. Vorrebbe recuperare il tempo perduto, dire quello che non ha detto, fare quello che non ha fatto. La vita con i soliti ritmi, ordinata  l’ha annoiato. La logica della carriera, dei soldi l’ha stancato.  Non può dimenticare il suo paese, i pettegolezzi, le feste, non può cancellare i ricordi dei nonni, dei dolci tipici. E’ una nostalgia che diventa rimpianto.

Quando giunge però sull’isola trova una realtà diversa. Palazzi storici che lui amava contemplare sono in decadenza, abbandonati al degrado, in alcuni punti trova solo cumuli di macerie, i giardini sono preda delle erbacce, il cimitero è abbandonato e guardato solo da un custode vecchio,  le donne sono maliziose  e provocanti non hanno nulla della ragazza di cui si era innamorato da adolescente, le facce della gente non sono accoglienti ma perplesse, chi lo ha conosciuto finge di non riconoscerlo, lo tratta con indifferenza  e distacco, il bar è gestito da un ragazzo con vistosi tatuaggi e orecchini, le ragazzine sono tutte emancipate e guardano con  aria snob, sono spigliate, le usanze del sud sono stemperate dalle nuove mode, le coppie sono aperte, il lungomare è un luogo mondano dove fanno bella mostra stabilimenti balneari che hanno deturpato il paesaggio in modo considerevole, nelle sale da ballo ballano ragazze cubane mezze nude, scarichi industriali deturpano fiumi e campi, gli alberghi lussuosi sono frequentati gente superba e straniera, la gente è divenuta fredda e dura, le abitudini sono cambiate, le tradizioni sono state eliminate, i rapporti umani si sono ridotti al lumicino, l’invidia è l’unico sentimento che serpeggia, i dialoghi sono interrotti, l’indifferenza è la sola padrona, i ragazzini sono spietati e spregiudicati, ostentano modernità senza sostanza ,le persone sono diffidenti, i rumori dominano il silenzio della notte e del mare, i bambini muoiono di cancro a causa di esalazioni tossiche,  la gente evita di salutare. Tutto è irriconoscibile, degradato, il panorama di certe zone perduto. Le tradizioni dissacrate. Nessuno apprezza più le piccole felicità. Tutti pensano al potere, ai soldi, alla carriera. Trova una facilità di costumi estrema, prostitute in ogni angolo, ragazzi fatti di droga che quando passa lo deridono . La gente che lo incontra si irrigidisce non vuole parlare dei vecchi tempi, è superficiale   Trova cumuli di rifiuti nelle strade.

I negozi stessi sono cambiati al posto del sarto trova una banca. I negozi tipici sono spariti. Nel rumore del quotidiano trova un silenzio di sentimenti profondo. Il lavoro è precario, le famiglie sono separate. Molti mutamenti sono inspiegabili.

Il protagonista vorrebbe essere riconosciuto, abbracciato ma nessuno lo considera. Della sua terra resta l’involucro ma dentro tutto è mutato. Non ci sono indulgenze, abbracci sinceri solo desolazione. La sera la gente non gira per le strade ma guarda la tv nel chiuso asfissiante delle proprie case. Alcune case del centro sono in decadenza perché i discendenti non le restaurano. In ogni angolo ci sono strutture fatiscenti e in vendita. Lui si sente abbandonato, impotente. Sente l’assenza di punti fermi. Non trova sollievo da nessuna parte.

Spesso ci capita di ritornare in alcuni paesi e ci stupiamo oltre che del mutamento delle strutture del mutamento dei costumi. Non esiste più la solidarietà umana il calore neppure tra paesani.

 

Ester Eroli

 

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