Memoria, emozione e lingua: l’ “Otello” candido di Luigi Lo Cascio

Memoria, emozione e lingua l’ “Otello” candido di Luigi Lo CascioMilano, Teatro Strehler.

La sala è piena, l’attesa si dissolve in mormorii tra le poltrone vellutate di rosso: finalmente il sipario si alza e compare sullo scuro sfondo del palco, spoglio di scenografia, un video corredato di musica dolce ed essenziali ma giocose linee di bianco, linee che s’intrecciano e disegnano forme seguendo la narrazione dal tono lirico di un Otello fuori campo. Inizialmente è uno shock: una lingua diversa si fa strada nella narrazione, gli spettatori dubbiosi sbattono le palpebre nel buio in cerca di conferme, quasi temano che lo spettacolo metta in scena il dramma dell’incomprensione linguistica. Il dialetto, così, entra in scena e diviene il primo attore, capace di parlare al cuore prima che la parola, con la sua musicalità, diventi senso compiuto.

L’impatto emotivo è forte sin dall’inizio dunque. Lo spettatore, sbigottito e spaventato, pondera se alzarsi o no dalla poltrona, ma nel frattempo vince la Poesia, Poesia che avvince anche i più scettici e incolla il pubblico alle sedie, cosicchè il dramma cominci davvero. La narrazione magicamente fiabesca si intreccia alla melodia del dialetto siciliano e ad una musica che dolcemente emoziona, raccontando del passato di un fazzoletto proveniente dell’antro- quasi virgiliano- di un’antica e posseduta da gran furore Sibilla- di sapore bacchico omerico-. La frase che risalta in questo aedico canto, è il “non voglio un fazzoletto senza storia” che canta un Otello voce fuoricampo, perché Lo Cascio sceneggiatore ha fatto davvero della storia del teatro una magistra vitae ciceroniana, mescolando e riplasmando la materia-senza dimenticare il dramma psicologico novecentesco- dalle origini ad oggi, mettendo in scena il tutto attraverso la non facile lingua Siciliana. Sulla scena non solo uomo e donna si confrontano, ma anche la lingua: ad un Otello dalla lingua istintiva, combattente e impetuosa, impersonata dal dialetto, fa contro una Desdemona guerriera e alla ricerca dell’indipendenza, come solo le donne di oggi sanno essere, caratterizzata da un italiano corretto e regolare, che si riflette nella remissività di Desdemona alla morte per mano dell’uomo che ama, dovuta a delle regole sociali e al patto d’amore e d’obbedienza coniugale. Sì, perché Lo Cascio mette in scena il dramma dell’uomo- per questo non è importante il colore della pelle del suo candido Otello- e lo dice fin dalla prima battuta, attraverso un narratore soldato che, perorando la causa della verità, ci accompagnerà per quasi tutto il dramma.

La scenografia è minimalista, sono gli stessi attori che spostano la sedia, le tavole e quant’altro: Iago/Lo Cascio fa la sua entrata dalle poltrone del palco, rompendo una quarta parete che, sebbene non interagisca propriamente con il pubblico, sottolinea che la scena altro non è che la rappresentazione della memoria emotiva: è l’emozione e non l’azione che ci presenta i personaggi, a cui spesso viene data la parola tramite un gioco di luci, mentre gli altri attori, nell’ombra, rimangono immobili in attesa del loro momento di Phatos eroico, Phatos che in certi casi ricorda proprio quello che caratterizza le tragedie greche- non si può certo dimenticare la brillante interpretazione dello strazio di Eracle morente interpretato da Paolo Graziosi ne “Le Trachinie”, con la regia di Walter Pagliaro, che viene richiamata dall’ Otello di Vincenzo Pirrotta-. È dunque la storia delle emozioni, dei ricordi e della lingua insieme ad una sottintesa storia dell’arte teatrale che impreziosisce la nuda scena.

Lo Cascio sceneggiatore-regista, nonché attore, dunque risulta vincente nel suo azzardo, utilizzando il passato tragico, la quarta parete plautina, la tematica Shakespeariana e l’uso sapiente e studiato della lingua dialettale, come nuova fonte di luce e ispirazione per la sua opera, creando un incantevole e ipnotico miscuglio che si sofferma anche su un novecentescamente freudiano abbozzo di uno Iago problematico che spiazza e ammalia lo spettatore.

 

Daniela Perrone

 

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