Una donna chiamata “nave”

Una donna chiamata “nave”È abitudine degli inglesi, o meglio della lingua anglosassone, definire il termine “nave” al femminile. Porre alla parola nave il pronome “she” anziché “it”. Una nave donna dunque.

In effetti, la nave è una madre. Basti pensare alle tante madri che accompagnano i loro tanti figli profughi verso le terre della possibilità, la possibilità di un futuro.

La nave è una ballerina, che danza col mare il ballo delle onde tra gli applausi dei pesci e gli inchini delle alghe.

La nave è una donna a tutti gli effetti, una complessa struttura, amata dai marinai e promessa ad un solo comandante. Comandante che impara a gestirla, ma che, di certo, non riuscirà mai a comandarla fino in fondo. Fondo, che è un ventre pieno di pensieri e rumori, brividi e vibrazioni.

Gira il mondo la nave. Accompagna ed è compagna. Tanti caratteri e appendici, tante vesti e fresche vernici per mostrarsi più bella.

La nave, purtroppo si corrode ed invecchia, ma il suo fascino è immune al tempo.

Può affondare, ma unirsi al suo eterno sposo, il mare. Può essere abbattuta dalla brutalità della guerra, ma perdersi col silenzio della pace.

Una bandiera sventola il suo nome, il vento le accarezza i fianchi e un porto ancora e ancora portare sogni e poesie.

Ogni uomo cerca la sua nave e naviga invano il mare delle difficoltà, tra crespe difficoltà e boe salate da bolle e sorrisi.

Incontra tante sirene dal dolce canto ed il leggero disincanto, ma è solo nebbia resa agli occhi per arrendersi.

È la nave il vero destino dell’uomo. Solo lei contorce l’intestino.

Chi la soffre le vomita fragilità e paure, ma chi la ama la tiene stretta e senza fretta l’abbraccia e la scopre.

E poi, sotto la coperta di un suo ponte, trova colei che vuole, la sua donna, la sua nave.

 

Santi Germano Ciraolo

 

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