1 dicembre 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareIn quei giorni concitati cercavo disperata mia madre, quella vera, per intenderci, nelle stanze, nel corridoio, in cucina, nel suo regno, volevo una traccia anche labile della sua esistenza. Volevo risentire il suo profumo, vedere se il suo profumo era rimasto impresso nelle pareti. La donna malata non era lei, non poteva essere, non mi riconosceva. Conobbi la disperazione vera, essere disperati significa appunto essere senza speranza, come insegnava il latino. Spesso usiamo la parola disperazione impropriamente, per futili motivi. La vera disperazione è un’altra cosa, ti prende le viscere e le fa a pezzi senza ritegno, ti blocca il cervello impedendoti di pensare. La disperazione mi faceva sragionare, mi faceva dire frasi senza senso, mi faceva pregare notte e giorno, mi faceva scrivere a santuari, a santoni, mi faceva telefonare all’estero a luminari, a dottori sparsi nel mondo. In poche settimane tentai l’impossibile. Mi spinsi a fare cose che non avrei mai osato fare in tempi normali. Disturbai anche persone con cui non correva buon sangue… che mi importava? Tanto se fosse finita male c’era sempre un ultimo rimedio: il suicidio per raggiungerla. Ma avrei avuto il coraggio? Andai persino da un esorcista, da una maga. In fondo cosa c’era di male? Volevo salvare mia madre ero giustificata. La volevo ancora al mio fianco, era presto per la sua dipartita. Era ancora giovane aveva degli anni davanti, i suoi capelli non erano tutti grigi, zii più vecchi ancora vivevano. Ancora si colpiva la mia famiglia, stavamo cadendo come persone fucilate da un plotone di esecuzione. La morte però questa volta non era rapida, era lenta, avvelenava a piccole dosi. Spesso volevo che morisse così non la vedevo più in quello stato, poi mi pentivo per quello che avevo pensato. Mi confessavo, facevo strane penitenze. Il destino mi toglieva un pilastro portante, sarei crollata. Chi avrebbe lottato al mio fianco? Mi accusavo di egoismo, di volerla con me solo per i miei comodi. Insieme avevamo fatto tante battaglie, eravamo complici. Lei era stata madre, amica, zia, nonna, cugina, nipote, amante, aveva rappresentato e ancora rappresentava un punto fermo, l’unica nota di colore nel mio universo oscuro. Mio nonno mi diceva che si incontra l’amore quando esso per noi è amico, amante, figlio, cugino, fratello, praticamente è tutto per noi. Io avevo incontrato l’amore di mia madre e non volevo mollare. Ora dovevo trovarmi un altro punto di riferimento se volevo andare avanti. Non era facile. Nella notte mi svegliavo convinta che la malattia di mia madre era solo un brutto sogno, un incubo, e che entrando in cucina l’avrei trovata a preparare la colazione o il suo dolce preferito. La morte non esisteva era frutto della mia fantasia. Di notte potevo credere che la morte era solo l’invenzione della mia mente. I suoi dolci mi sarebbero mancati. Il suo sorriso mi sarebbe mancato, come la sua premura nel soddisfare pienamente le mie voglie. Perché io ero capricciosa, volubile, e lei lo sapeva. Solo lei mi comprendeva, mancando lei rimanevo come una foglia in balia del vento freddo.