1 gennaio 2001 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareEcco un altro noioso giorno di festa. Per le persone sole le feste sono allucinanti tour de force. All’inizio soffrivo come un cane, mi veniva il mal di testa, poi mi sono rassegnata. Vedi la gente che si riunisce e ti senti sola. I negozi sono chiusi, le vie deserte, i giardini abbandonati. Dove andare quando non si ha nessuno valido al proprio fianco? Mangio con mio padre che è di poche parole. Ho trovato conforto nella scrittura. Nonna letteratura, per dirla come il poeta Guido Gozzano, ci salva sempre. Scrivendo mi sfogavo, davo corpo ai miei pensieri. Le relazioni epistolari mi hanno aiutato. Capisco i carcerati che cercano di scrivere lunghe lettere a persone che sono fuori nel mondo, è un modo per mantenere un contatto con la realtà. Nel mio guscio i rumori, il frastuono del mondo mi giungeva attutito come quando ero nel ventre materno. Spesso sognavo di tornare bambina, al tempo delle bambole e dello zucchero filato. Tutti a un certo punto della loro vita vorrebbero tornare innocenti e bambini. Da piccola, dato che ho avuto un’infanzia difficile, sognavo di diventare grande, responsabile, matura. Ora mi mancano gli anni dell’infanzia, la formazione, la presenza di mia madre, i giochi, la musica, la speranza. Da piccola mi nutrivano le segrete speranze. La speranza di farcela, di godere la vita, di lottare, di avere prestigio, di avere amici, calore, successo. Non pensavo al benessere materiale ma alla soddisfazione personale. In realtà dopo il sogno di mia madre mi sentivo più calma, rilassata, serena. Interiormente sentivo un fuoco, una spinta mia avvertita prima. Ero come quei giocattoli che si caricano e poi cominciano a muoversi sprigionando e diffondendo una musichetta simpatica. Ero vitale, frizzante, solare. Il viso stesso aveva perso tensione, avevo un’espressione serafica, una pelle luminosa. Dopo il segnale di mia madre avevo ripreso a sperare. Mia madre mi comunicava i pensieri a distanza, per via telepatica, mi spronava in sogno, mi toccava durante il giorno. Cominciai a sentire sfiorarmi i capelli da una mano invisibile. Il tocco sovente era accompagnato da un soffio gelato che mi riportava con la memoria ai primi venti freddi autunnali. C’era un feeling tra me e lei che la morte non aveva spezzato. La morte non era una linea di confine invalicabile. Successivamente altri defunti cercarono di contattarmi a riprova che qualcosa c’era oltre la vita. Riuscii a parlare con esorcisti e medium che mi descrissero dei fenomeni e che non si scandalizzarono delle mie visite notturne. I defunti venivano di notte ma mi raggiungevano anche di giorno. Tenni tutto questo per me e non ne feci parola con nessuno. Il mondo corrotto legato al materialismo non avrebbe compreso. Questa mia diversità si manifestava anche a livello mentale. Ero una persona più ricettiva e quindi adatta al mondo del sovrannaturale. Il mio scavo interiore nel tempo aveva affinato il mio terzo occhio. Intuivo, frugavo, scandagliavo. Le anime si avvicinavano a me come a una fonte d’acqua, per parlare, per testimoniare, per chiedere aiuto. Alcune, morte per incidente stradale, giovani, erano disperate perché avevano lasciato sulla terra i loro affetti. Non sapevo consolare, aiutare. Ero impreparata a tutto questo. Questi fenomeni cominciarono a diradarsi nel momento in cui decisi di metterci riparo. Non riuscivo a gestire la cosa. Risolsi il problema con delle benedizioni di potenti esorcisti e con l’ausilio dell’acqua santa che fu la mia salvezza. Potevo comunque testimoniare che l’aldilà esisteva e questo era un punto fermo che mi aiutava a vivere. Dove non arrivavano i viventi mi avrebbe aiutato mia madre, sia pure in spirito. Tuttavia i giorni di festa mi facevano sempre ripensare, con una punta di malinconia, ai dolci squisiti fatti da mia madre. Mi mancava il conforto delle sue parole. Il dialogo in sogno non era mai esauriente per me. Tutto si trasforma, gli aspetti belli della vita non rimangono inalterati. Dobbiamo rassegnarci al continuo mutamento di scenario. I ero un burattino i cui fili venivano mossi dal destino. Non avevo voci in capitolo, ero l’ultima ruota del carro. Dovevo accettare anche l’imprevisto, quello che ti muta le carte in tavola anche se tu non vuoi. Imparai a godere la vita attimo per attimo, giorno per giorno senza fare progetti per il futuro. Il futuro poteva essere diverso da come lo avevo sognato. Ogni Natale è diverso dal precedente, ogni attimo è unico e va assaporato come un liquore. Imparai a tener conto dei dettagli, a non trascurare nulla. Rinunciare poteva essere deleterio. Spesso rinunciamo a qualcosa perché pensiamo di ottenere di più dopo, ma non sempre è così. In passato non avevo goduto di alcune cose avevo rinunciato e il tempo non mi aveva dato ragione. Avevo perso tutto e non mi ritrovavo niente in mano se non la solitudine. Il primo dell’anno ci porta a fare progetti per il futuro ma io ho imparato a vivere alla giornata. Spesso però il futuro ci riserva anche piacevoli sorprese, che sono tanto più gradite, proprio perché impreviste. La mia anima fluttuando nella spazio si lasciò cullare dal tempo. Nell’aldilà non ci sarebbe stato più spazio. Il tempo sarebbe stato azzerato. Una cosa l’avevo compresa. Noi umani eravamo prigionieri dello spazio e del tempo e per questo la nostra anima non decollava. In passato facevo sempre un bilancio dell’anno trascorso, ora ho smesso. Non serve rivangare il passato, rifare la strada dove siamo caduti, dove ci siamo rialzati, dove abbiamo perso, venduto, ucciso l’anima. I pensieri non devono riguardare il passato, non devono essere concentrati sul futuro e soprattutto non devono essere negativi. Se gli anni del passato sono stati disastrosi e inconcludenti non possiamo farci niente. Non serve vivere con la testa volta al passato.