13 agosto 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareTu mi domandi giustamente che tipo di angosce erano le mie. Soffrivo di vere e proprie manie di persecuzione. Mi sembrava che tutti fossero contro di me, che mi detestassero per il mio aspetto repellente. Quando conoscevo ragazzi nuovi e gente nuova mi mettevo subito in difesa per paura di essere attaccata. Se venivo attaccata con qualche frase pungente rispondevo come una iena, mi alteravo, saltavo addosso al malcapitato come una tigre. Con gli altri ero spietata. Se anche mi facevano dei complimenti io vi scorgevo sempre un velo di sottile ironia, che mi irritava. Il giorno non uscivo più per evitare gli sguardi della gente. Passavo il tempo studiando. Mi riducevo a uscire la sera, accompagnata da mia madre, evitando le strade molto frequentate. Vivevo blindata, dentro una bolla si sapone. A diciassette anni facevo una vita di clausura. Avevo poche amiche che non consideravo, pensando che mi stavano vicino per pietà. Alle feste di amici, della chiesa non andavo, per non sentirmi gli occhi addosso. Non volevo neppure la compagnia dei miei simili, mi deprimeva. Era come sentirsi nel lager, nel ghetto. Se il mondo mi aveva escluso ora mi vendicavo nascondendomi al mondo, e escludendo gli altri dalla mia vita. La comunione l’avevo fatta in casa, era venuto il parroco, dopo una preparazione sommaria. Per la cresima volevano che frequentassi il gruppo. Mi opposi con tutte le mie forze. Sarebbe venuta una persona del gruppo a prendermi. Avrei trascorso qualche ora spensierata in compagnia di miei coetanei. In fondo avevo bisogno di calore umano, ero troppo abbattuta. Da un alto volevo uscire dal mio guscio, dall’altro lato temevo di essere respinta come era già accaduto. Speravo di incontrare gente positiva, disposta a capirmi. Non mi ero ancora arresa. Spesso non dormivo la notte pensando alla condotta da tenere. L’assillo era: dovevo andare al gruppo o rinunciare a priori? L’istinto mi spingeva a rinunciare, mi sentivo sconfitta in partenza. Rinunciando sarei stata al sicuro, non mi sarebbe accaduto nulla. Accettando l’invito avrei rischiato. Volevo vivere sotto una campana di vetro, in modo tale che i colpi sarebbero giunti attutiti. Volevo vivere ovattata. Il rifugio migliore era un angolo piacevolmente arredato della mia stanza dove vi erano peluche, poster, fotografie, cartoline, bambole. Per combattere la solitudine mi ero fatta regalare un gatto nero dal pelo lungo, di razza. L’avevo voluto nero perché anche lui era scacciato per il suo colore nefasto, portatore di sventure. A me del resto quali altre disgrazie potevano accadere? Mi era già capitata la peggiore. In realtà qualcosa di spiacevole accadde: misi gli occhiali da vista, così dovevo apparire ancora più insignificante. Comprai occhiali con lenti sfumate sull’azzurro, con montatura in oro, nella speranza che sembrassero da sole. In verità non ingannavo nessuno. La gente mi domandava a bruciapelo: quanti gradi ti mancano? Facendo capire che conoscevano il mio difetto. Certa gente non ha un minimo di educazione, parla a vanvera, non ha delicatezza. Molti vogliono solo mettere il dito nella piaga, affondarvi il dito senza ritegno. Alcuni sembrano addirittura godere delle disgrazie altrui. Altri invidiano i loro vicini senza un preciso motivo solo perché sono gelosi del successo degli altri. La gente invidiosa è pericolosa, le loro azioni mirano a danneggiare, a distruggere il loro rivale. Con gli occhiali, che dovevo portare fissi, non mi guardavo più neppure allo specchio. Mi sentivo orribile, un mostro, un ramarro, un essere brutto e repellente. Non ero poi così tremenda, i capelli mi erano scresciuti e ricadevano morbidi sulle spalle, sembravano di seta, gli occhi erano di un colore cangiante, le mani erano lunghe e affusolate, il naso era grazioso, le guance rosse e morbide, la carnagione colorita. Quando si è convinti di una cosa niente ci fa cambiare idea. Di me evidenziavo solo i difetti, non notavo i pregi. Gli occhiali per così dire mi dettero il colpo di grazia. Il Destino si era accanito contro di me.