21 marzo 2001 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareIn un mondo pieno di gente non riesco a trovare un accompagnatore. Alcuni promettono e poi ricontattati rifiutano. Mi viene la voglia di viaggiare da sola. Ho questo chiodo fisso nella testa che non mi fa dormire. Riuscirò a realizzare il mio sogno? Mi sono informata con la Romana pellegrinaggi che organizza questi tour. Ho analizzato le tariffe e le date. Devo comunque aspettare l’arrivo dell’estate. L’inverno per fortuna è volato via. Questa primavera si trascina tra piogge e cieli nuvolosi. La primavera mi mette sempre la febbre addosso, la febbre di evadere, di viaggiare. Sono ad un bivio. Da un lato la voglia di andare ad ogni costo e dall’altro il desiderio di rinunciare. Dentro di me non sono più convinta della riuscita del viaggio. Sono stanca di girare e di trovare porte chiuse, sigillate, sbarrate. Persino le suore non si degnano di considerare il mio invito. Forse loro potevano accompagnarmi. Un rifiuto dalle persone di chiesa non me lo aspettavo. Mi ha bloccato. Sono delusa, abbacchiata. Non sono vicina a una svolta. Mi smarrisco per strade, sentieri e vicoli ciechi. Cammino a testa bassa, china, abbattuta. La mia strada è un labirinto che non porta da nessuna parte. Tutto è fermo come al primo giorno. Quanto dovrò lottare, penare. Ogni cosa che ottengo la attengo sudando, lottando. Cose che le persone raggiungono con facilità io devo sudare sette camicie. Non capisco perché, eppure non faccio del male a nessuno. Sono onesta, pura, ho solo peccati veniale. Non ho mai odiato, ucciso, mentito. Divento pazza se penso agli ostacoli che il destino ha messo costantemente sul mio cammino. Ogni giorno lottare nella giungla, scendere nell’arena per avere un minimo spazio, una nicchia in cui rifugiarmi. Ogni giorno guadagno solo pochi metri, guadagnati sputando sangue. Sono allo stremo delle mie forze. In questa società così selettiva, così rigida, così a senso unico mi sento un pesce fuor d’acqua. Ho chiesto aiuto a centri, associazioni ma non ottengo risposta. Mi sembra come il caso di quel mio amico in cerca di lavoro che viene sbalzato da una parte all’altra, a cui vengono fatte promesse ma alla prova dei fatti sono anni che non lavora e forse, se continua così, non lavorerà mai. Ogni giorno promesse, illusioni, buone parole ma la strada in salita non ha uno sbocco. Dovrei cambiare strategia, cercare altre soluzioni. Di notte penso a quello che devo fare il giorno, a dove andare. Sono come un mendicante, un barbone che chiede l’elemosina, che bussa a tutte le porte e che ogni tanto prende qualche monetina e qualche volta delle pedate, dei dinieghi. Sono una questuante medievale che vestiva di poveri stracci bussa nelle corti, nelle case signorili in cerca di denaro liquido, di cibo per il sostentamento. Trava solo porte sbarrate, spintoni, parole offensive. Mi richiudo in me stessa, mi raggomitolo come un gatto intorno al fuoco. Non ci sono porte aperte, pertugi da cui poter fuggire, solo una lunga sequenza di porte chiuse come in quei paesini italiani dove il corso è una fila interminabile di portoni antichi, tutti in ferro, rigidi, chiusi. In sogno solo vedo porte aperte sulla luce, sulla vittoria. Ma sono sogni brevi, allucinati che non mi appagano. Mi sveglio più stanca di prima, spossata con la testa pesante. Penso a una soluzione al mio problema, penso di chiedere consiglio. Cerco una illuminazione, il lampo di un’idea. Non so con chi confidarmi, aprirmi. Non so decidere, resto insicura con un passo incerto sulla soglia della soluzione che intanto non viene. Non ho a portata di mano la soluzione perfetta del rebus della mia vita. Continuo a brancolare nel buio pesto come un lupo affamato. La mia è fame d’amore, fame di una mano amica calda sopra la spalla, fame di sincerità, di abbracci sinceri, d’amore vero. Ho il benessere materiale ma mi manca quella confidenza con la gente, quell’affiatamento, quel senso di condivisione, quell’amore disinteressato. Intorno a me sono lotta spietata per il potere, per il denaro. In ufficio gente ambiziosa in cerca di notorietà pronta a schiacciarti senza riflettere. Intorno solo una folle corsa verso l’affermazione, il benessere economico. Ognuno pensa esclusivamente a se stesso e alla sua famiglia. Gli altri non contano, non servono. Invece anche gli altri ci possono essere di aiuto. Questa corsa insensata che è diventata la vita chissà dove ci porterà. Non credo verso la luce. Il cuore è arido e non vede la luce. Gli occhi sono acciecati dalla smania del possesso. Le donne vogliono gioielli e pellicce, gli uomini soldi e carriera. Gli animi puri risultano essere solo quelli un po’ sbiaditi dei santi. Le immagini dei santi mi fanno pensare a una vita genuina e autentica che ormai non esiste più. Si fa tutto in funzione dei soldi. Si arriva a produrre persino cibi avariati per fare soldi. La morte degli altri in fondo è un fatto che non ci riguarda, colpisce gli altri. Nel cerchio magico della nostra vita ci siamo solo noi e i nostri cari. Il concetto di patria, di nazione resta pallido sullo sfondo. Non esiste il senso di cittadinanza, l’amor di patria, il senso civico. Si buttano cartacce, si deturpa il paesaggio, si inquina, si maltrattano gli animali, si avvelenano i fiumi, i laghi, il mare. Nell’universo ci siamo solo noi, padroni incontrastati. Siamo diventati anime dannate senza identità.