30 luglio 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolare

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Quando finalmente si decisero a darmi la notizia fatale tutti sentirono nel corridoio dell’ospedale distintamente un urlo disumano, atroce, agghiacciante. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola e sfogai la mia rabbia dicendo frasi insensate, imprecazioni, parole che mi salivano spontanee alle labbra. Successivamente piansi copiosamente per giorni fino a non avere più lacrime. Tutti siamo persone fredde e ragionevoli ma di fronte al male perdiamo il lume della ragione e ci comportiamo come folli. La gente intorno al mio letto cercò disperatamente di calmarmi in vari modi, ma io non vedevo e sentivo nessuno. Le parole mi giungevano indistinte, vedevo solo sagome, tanti fantocci venuti lì per divertirmi, per consolarmi ma che a me facevano solo piangere. Questo stato comatoso durò a lungo. Spesso spossate con gli occhi gonfi mi addormentavo. I miei sogni erano incubi, mi vedevo inseguita con le gambe sanguinanti, rotte, doloranti. Alternavo momenti di apatia, in cui ero in trance, a momenti in cui avevo lo sguardo perso nel vuoto, a momenti di pura isteria, dove ero intrattabile, mordevo, cacciavo tutti dalla stanza. Nei momenti di malinconia profonda volevo stare sola e non tolleravo neppure la presenza di mia madre, pur così preziosa. In quegli istanti terribili avrei voluto vicino qualcuno che mi amasse veramente, che mi accettasse per quello che ero diventata o per meglio dire per quello che era diventato il mio corpo. Avevo mia madre ma non mi bastava, volevo dei coetanei, volevo mio padre, il suo affetto, invece era sempre austero e fiero. Lui così perfezionista aveva sulle spalle una figlia imperfetta. Andavo con la mente, ormai eccitata, nonostante i farmaci e i calmanti che mi davano, al futuro e vedevo solo un buco nero. Non sapevo immaginarmi il futuro. Come mi sarei organizzata? Come avrei passato il tempo? Erano tutte domande che purtroppo non trovavano risposte adeguate. Certe cose, era sicuro, non avrei potuto più farle: correre nei prati, saltare gli ostacoli, nuotare, ballare, semplicemente passeggiare. Come sarebbe stato il mio rapporto con gli altri? Come avrei potuto guardare in volto una persona senza provare vergogna? Il mondo ci vuole tutti perfetti, magri, esteticamente gradevoli. Le donne in particolare devono essere impeccabili. Per questo molte ricorrono al chirurgo estetico, al dietologo, alla palestra. Molte donne spendono un patrimonio in abiti e cosmetici. Molte sono morte dopo costosi interventi chirurgici, ma certe volte è meglio la morte che uno sguardo bieco, di disprezzo. Molte si fanno operare il seno, le labbra per avere un aspetto appariscente, appetibile. Gli uomini pretendono donne belle come bambole e le donne dal canto loro fanno carte false per divenire splendide fanciulle. Ma le donne brutte che destino hanno? Meglio non nascere donna in certi casi. Non vorrei una figlia che poi diventi una donna-oggetto, vittima inconsapevole di strani pregiudizi. Per me si apriva l’abisso, il baratro dove sarei caduta senza possibilità di risalita. Una cosa era certa: non avrei più potuto avere una vita normale e inoltre non mi sarei sposata. Chi avrebbe potuto accettare una donna come me? Meritavo solo disprezzo e derisione. Nessun uomo si sarebbe mai innamorato di me e la mia speranza d’amore si sarebbe trasformata in una illusione d’amore. Avrei continuato a vedere film d’amore sapendo che a me non sarebbe mai accaduta una cosa simile. Sarei stata un peso per la famiglia. Dopo la morte dei genitori dove sarei andata? Mi vedevo vecchia e malata mendicare affetto e comprensione. Su Matteo non c’era da aspettarsi nulla, era troppo impegnato a costruire il suo futuro. Il carattere di una persona si vede subito, non si cambia dall’oggi al domani. Matteo era egoista e lo sarebbe stato anche da adulto. Le mie previsioni risultarono giuste. Grazie al mio handicap, sviluppai l’intuizione. Divenni quasi una maga, indovinavo tutto, su una questione già sapevo come sarebbe andata a finire. Il forzato ozio mi costringeva alla meditazione, alla riflessione e soprattutto all’osservazione attenta e scrupolosa. Non mi sfuggiva niente, ero in grado di prevedere il futuro, lo sviluppo degli eventi in base pure a certe premesse. Era come se avessi un terzo occhio. Dopo una fase di grande confusione subentrò il silenzio. Non parlavo più, restavo immobile per ore a fissare il soffitto. Quel silenzio ostinato era la mia risposta al male, era una forma di ribellione. I giorni scivolavano via, vuoti, senza senso, le ore passavano senza lasciarmi ricordi significativi. In poco tempo ero diventata magra, il viso pallido, gli occhi circondati da un alone. Il male aveva fatto scempio del mio corpo, di cui io avevo bisogno, tanto più perché ero una donna. Come mi potevo presentare agli altri? Il problema era come superare l’esame di occhi indagatori e scrutatori. I commenti delle donne sarebbero stati crudeli e spietati. Lo sguardo degli uomini sarebbe stato micidiale. Tutto quello che la mia mente aveva evidenziato in un certo senso accadde. Quando tornai a casa ero distrutta, non solo fisicamente, ma psicologicamente. A forza di pensare mi faceva male il cervello. Ero stata sempre una persona introversa e riflessiva, ma ora non parlavo proprio. I miei pensieri non li comunicavo a nessuno, a che sarebbe servito? Qualche volta amareggiavo mia madre, la assillavo con considerazioni amare, ma subito mi pentivo vedendola angosciata. Lei si sentiva chiaramente in colpa e non potevo calcare la mano. Io dovevo pur sfogarmi, ma con chi? Non c’erano amici al mio fianco, ero completamente sola nel buio che si era creato intorno a me. Nell’oscurità tenebrosa in cui ero piombata non vedevo via d’uscita. Il mio handicap non mi avrebbe fatto certo guadagnare punti agli occhi degli altri. Il giudizio degli altri per me era determinante, fondamentale, non riuscivo a essere indifferente. Non riuscivo a vivere in modo armonico, coerente. Vivevo in un dramma in cui né accentuavo i toni, né ingigantivo i problemi.

Quando finalmente si decisero a darmi la notizia fatale tutti sentirono nel corridoio dell’ospedale distintamente un urlo disumano, atroce, agghiacciante. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola e sfogai la mia rabbia dicendo frasi insensate, imprecazioni, parole che mi salivano spontanee alle labbra. Successivamente piansi copiosamente per giorni fino a non avere più lacrime. Tutti siamo persone fredde e ragionevoli ma di fronte al male perdiamo il lume della ragione e ci comportiamo come folli. La gente intorno al mio letto cercò disperatamente di calmarmi in vari modi, ma io non vedevo e sentivo nessuno. Le parole mi giungevano indistinte, vedevo solo sagome, tanti fantocci venuti lì per divertirmi, per consolarmi ma che a me facevano solo piangere. Questo stato comatoso durò a lungo. Spesso spossate con gli occhi gonfi mi addormentavo. I miei sogni erano incubi, mi vedevo inseguita con le gambe sanguinanti, rotte, doloranti. Alternavo momenti di apatia, in cui ero in trance, a momenti in cui avevo lo sguardo perso nel vuoto, a momenti di pura isteria, dove ero intrattabile, mordevo, cacciavo tutti dalla stanza. Nei momenti di malinconia profonda volevo stare sola e non tolleravo neppure la presenza di mia madre, pur così preziosa. In quegli istanti terribili avrei voluto vicino qualcuno che mi amasse veramente, che mi accettasse per quello che ero diventata o per meglio dire per quello che era diventato il mio corpo. Avevo mia madre ma non mi bastava, volevo dei coetanei, volevo mio padre, il suo affetto, invece era sempre austero e fiero. Lui così perfezionista aveva sulle spalle una figlia imperfetta. Andavo con la mente, ormai eccitata, nonostante i farmaci e i calmanti che mi davano, al futuro e vedevo solo un buco nero. Non sapevo immaginarmi il futuro. Come mi sarei organizzata? Come avrei passato il tempo? Erano tutte domande che purtroppo non trovavano risposte adeguate. Certe cose, era sicuro, non avrei potuto più farle: correre nei prati, saltare gli ostacoli, nuotare, ballare, semplicemente passeggiare. Come sarebbe stato il mio rapporto con gli altri? Come avrei potuto guardare in volto una persona senza provare vergogna? Il mondo ci vuole tutti perfetti, magri, esteticamente gradevoli. Le donne in particolare devono essere impeccabili. Per questo molte ricorrono al chirurgo estetico, al dietologo, alla palestra. Molte donne spendono un patrimonio in abiti e cosmetici. Molte sono morte dopo costosi interventi chirurgici, ma certe volte è meglio la morte che uno sguardo bieco, di disprezzo. Molte si fanno operare il seno, le labbra per avere un aspetto appariscente, appetibile. Gli uomini pretendono donne belle come bambole e le donne dal canto loro fanno carte false per divenire splendide fanciulle. Ma le donne brutte che destino hanno? Meglio non nascere donna in certi casi. Non vorrei una figlia che poi diventi una donna-oggetto, vittima inconsapevole di strani pregiudizi. Per me si apriva l’abisso, il baratro dove sarei caduta senza possibilità di risalita. Una cosa era certa: non avrei più potuto avere una vita normale e inoltre non mi sarei sposata. Chi avrebbe potuto accettare una donna come me? Meritavo solo disprezzo e derisione. Nessun uomo si sarebbe mai innamorato di me e la mia speranza d’amore si sarebbe trasformata in una illusione d’amore. Avrei continuato a vedere film d’amore sapendo che a me non sarebbe mai accaduta una cosa simile. Sarei stata un peso per la famiglia. Dopo la morte dei genitori dove sarei andata? Mi vedevo vecchia e malata mendicare affetto e comprensione. Su Matteo non c’era da aspettarsi nulla, era troppo impegnato a costruire il suo futuro. Il carattere di una persona si vede subito, non si cambia dall’oggi al domani. Matteo era egoista e lo sarebbe stato anche da adulto. Le mie previsioni risultarono giuste. Grazie al mio handicap, sviluppai l’intuizione. Divenni quasi una maga, indovinavo tutto, su una questione già sapevo come sarebbe andata a finire. Il forzato ozio mi costringeva alla meditazione, alla riflessione e soprattutto all’osservazione attenta e scrupolosa. Non mi sfuggiva niente, ero in grado di prevedere il futuro, lo sviluppo degli eventi in base pure a certe premesse. Era come se avessi un terzo occhio. Dopo una fase di grande confusione subentrò il silenzio. Non parlavo più, restavo immobile per ore a fissare il soffitto. Quel silenzio ostinato era la mia risposta al male, era una forma di ribellione. I giorni scivolavano via, vuoti, senza senso, le ore passavano senza lasciarmi ricordi significativi. In poco tempo ero diventata magra, il viso pallido, gli occhi circondati da un alone. Il male aveva fatto scempio del mio corpo, di cui io avevo bisogno, tanto più perché ero una donna. Come mi potevo presentare agli altri? Il problema era come superare l’esame di occhi indagatori e scrutatori. I commenti delle donne sarebbero stati crudeli e spietati. Lo sguardo degli uomini sarebbe stato micidiale. Tutto quello che la mia mente aveva evidenziato in un certo senso accadde. Quando tornai a casa ero distrutta, non solo fisicamente, ma psicologicamente. A forza di pensare mi faceva male il cervello. Ero stata sempre una persona introversa e riflessiva, ma ora non parlavo proprio. I miei pensieri non li comunicavo a nessuno, a che sarebbe servito? Qualche volta amareggiavo mia madre, la assillavo con considerazioni amare, ma subito mi pentivo vedendola angosciata. Lei si sentiva chiaramente in colpa e non potevo calcare la mano. Io dovevo pur sfogarmi, ma con chi? Non c’erano amici al mio fianco, ero completamente sola nel buio che si era creato intorno a me. Nell’oscurità tenebrosa in cui ero piombata non vedevo via d’uscita. Il mio handicap non mi avrebbe fatto certo guadagnare punti agli occhi degli altri. Il giudizio degli altri per me era determinante, fondamentale, non riuscivo a essere indifferente. Non riuscivo a vivere in modo armonico, coerente. Vivevo in un dramma in cui né accentuavo i toni, né ingigantivo i problemi.

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