4 ottobre 2000 (Romanzo epistolare)

Una vita difficile romanzo epistolareI problemi seri iniziarono con la tesi di laurea. Chiesi la tesi a una donna di mezza età, una professoressa che spiegava le lezioni divinamente. Le sue lezioni mi avevano affascinato. Riascoltavo sempre le registrazioni e rileggevo attentamente gli appunti presi. Quando andai da lei a chiedere la tesi mi trattò come uno straccio vecchio. Era una donna arcigna, arrogante che amava la perfezione. La mia imperfezione fisica già le dava fastidio rappresentava una nota stonata in una melodia. Mi fece chiaramente capire che non voleva avere noie per colpa mia. Credeva che fossi una ragazza viziata e protetta. La mia tesi le sarebbe costata troppo in termini anche di tempo vista la mia situazione e lei non aveva molto tempo da perdere. Era una donna colta e impegnata. Il modo come mi trattò fu talmente brusco che ebbi dei capogiri. I termini che usò mi fecero star male. I giorni successivi le sue parole mi risuonavano nelle orecchie. Tornai a casa distrutta, confusa, mi prese una febbre da cavallo, maligna, febbre da stress, che la sera non voleva andare via. Avevo avuto la febbre per amore ora l’avevo per lo studio. Il mio corpo era debilitato, sfinito, fiaccato. Non ero in grado di ragionare, di concentrarmi, perdevo colpi giorno per giorno. Mi spegnevo come una candela, il mio entusiasmo per lo studio vacillava. Soprattutto era caduto un mito, un modello, il mito della professoressa perfetta, comprensiva, gentile, umana. La cultura non andava di pari passo con l’educazione. Si poteva insegnare, scrivere ed essere persone crudeli, con il coltello fra i denti. Studiare poteva non significare nulla. Se avessi fatto carriera invece di dialogare con i miei simili avrei trovato sempre persone sgarbate con cui confrontarmi e scontrarmi. La perfidia albergava anche nel cuore della gente colta. Lo studio non apriva la mente ma in certi casi rendeva più ottusi. In tutti quegli anni avevo creduto di evolvermi nelle alte sfere, di conoscere gente migliore ma mi sbagliavo. La gente semplice e innocente era in grado di avere dei veri slanci di generosità. Mi ero persa la gente semplice, comune. Non la disprezzavo certo ma per esigenze di studio ero sempre in contatto con biblioteche, emeroteche, professori. Il mondo della cultura mi deludeva. Anche i professori potevano essere cattivi e maleducati. Quindi studiare poteva non voler dire nulla, non serviva per migliorarsi. Anzi molti erano arroganti e meschini, pronti a schiacciare gli altri. Avevo seguito solo chimere, illusioni. Prima l’illusione dell’amore poi quella dello studio. Illusioni che gettavano luce sul mio carattere fragile, facilmente influenzabile. Il mio mondo non era concreto, era fatto di fumo, di illusioni che mi avevano aiutato a vivere. Ma ora la scoperta della realtà mi scioccava. Dovevo trovare una soluzione pratica al problema non potevo rigirarmi nel letto inerme, passiva. Pensai giustamente di trovare un altro professore disposto a prendermi. La ricerca fu affannosa. Dopo tante peregrinazioni trovai un assistente che mi consigliò di abbandonare gli studi. Cominciai a non dormire la notte, ero agitata e se dormivo facevo sogni allucinanti, sogni affannosi in cui cercavo disperata un’uscita senza trovarla o ero inseguita da un mostro o tentavo di riempire con dei sassolini un sacco che rimaneva perennemente vuoto. Anche nel sogno ero alla ricerca di qualcosa di definitivo, ma non arrivavo mai alla meta. Il sogno finiva che non riuscivo a fare nulla a raccogliere i sassolini, a finire i compiti ecc. Sogni angosciosi e deliranti e la mattina mi svegliavo più stanca di prima. Avevo capito di avere il sistema nervoso fragile, che andava curato. Batava un inciampo e precipitavo nella depressione. Dovevo rinunciare alla tesi, per gli altri poteva essere facile ma per me che avevo solo quello come punto di riferimento poteva essere il colpo di grazia, la fine. Tutte le porte si erano di nuove chiuse al mio passaggio. Quante volte era accaduto? Avevo perso il conto. Era un circolo vizioso, tutto si ripeteva monotono. Di nuovo mi trovavo senza via d’uscita, con le spalle al muro. Dovevo rassegnarmi e lasciare perdere la laurea, che rappresentava per me invece un traguardo, una meta, una grossa soddisfazione. Nel mio stato anche un piccolo passo avanti mi aiutava a vivere. Gli altri sembravano non capire. Mio padre mi incitava ad esempio a lasciar perdere, non avrei cavato un ragno dal buco. La laurea non mi sarebbe servita molto, il mio era solo un capriccio, un puntiglio inutile, un accanimento senza senso. Ci voleva una persona disponibile ad aiutarmi, una luce disposta a illuminare le tenebre che mi circondavano. Tutti mi sembrano invece crudeli, indifferenti. Nessuno aveva pietà di me. Gli angeli salvatori esistevano solo nelle favole. Vissi sei mesi sospesa quasi fra cielo e terra. Chiusa in casa, fuori di me, insonne e nervosa. Finalmente mia madre ebbe un’idea brillante, un’ispirazione segno evidente che qualcuno nell’aldilà, fra i santi mi voleva felice, forse perché aveva visto le mie sofferenza. La soluzione venne provvidenziale, improvvisa: laurearmi in altra sede universitaria, magari non molto lontana. Iniziò un lungo calvario per la ricerca della sede disponibile. Trasferii tutti i documenti una volta trovata, ma non era certo una questione di poco conto. Alla fine mi laureai in un’altra sede, dove mia madre aveva dei parenti. Il prezzo pagato era alto: insulti dei professori, noie burocratiche, notti insonni e piene di studio, liti in famiglia, crisi interiori, inappetenza, mal di testa, critiche dei parenti. Con i parenti avevo un rapporto labile, mi limitavo agli auguri di Natale, Pasqua, per il compleanno, ai saluti prima delle vacanze. Loro avevano il maledetto vizio di criticare ogni cosa, ogni azione. Quello che facevano loro era tutto ben fatto. Erano superbi, tracotanti, arroganti. I loro figli erano perfetti gli altri tutti maleducati. La cosa più strana era che spesso criticavano un comportamento che poco dopo usavano anche loro. Cadevano in aperta contraddizione, ma non se ne curavano più di tanto. Anche colti in fragrante continuavano ad alzare la voce. Non avevano sensibilità, tatto, rispetto. Pensavano solo a loro in modo molto egoista. Ti cercavano per mari e monti solo quando avevano bisogno. Esaltavano la loro posizione, si vantavano di tutto. Dopo la laurea mi sentivo come una lattina vuota che non serve più. Avevo raggiunto un obiettivo e per raggiungerlo avevo lottato, sfidato il mondo. I risultati sul tappeto erano mediocri, i frutti raccolti pochi. Molti mi criticarono per il mio eccessivo accanimento, non ne valeva la pena. Mi ero ostinata, intestardita ma tutto rimaneva come prima, come niente fosse la vita continuava a fluire monotona. Non c’erano stati vistosi cambiamenti. Il mio riscatto era parziale. Mio padre non partecipò nemmeno alla cerimonia della laurea, a causa anche di dissapori e contrasti con mia madre. Di quel giorno rimanevano squallide fotografie, alcune pure in bianco e nero fatte di fretta. Io avevo il viso emozionato, la mani tramanti. Avevo un vestito panna, del colore che adoravo. Con il tempo mi ero evoluta, i gusti erano cambiati senza accorgermene ero più donna. Il rosa mi piaceva sempre meno e cominciavo ad amare il blu, che mi sembrava il colore della libertà, il rosso passionale, il grigio perla e il panna. Il colore panna era luminoso mi metteva allegria, era chiaro e mi stava bene. Cominciavo a valorizzare di più la mia persona anche senza pensarci troppo. Ero più attenta a curare i dettagli.