Alla ricerca della precarietà

Alla ricerca della precarietàAi giorni nostri, complice la crisi economica, molte sono le persone che vivono in uno stato di precarietà, specialmente lavorativa. Ci sono persone che non hanno un posto fisso, che non hanno mai avuto un lavoro stabile. Vivere su una mattonella traballante non è facile. In una esistenza precaria non ci sono saldi punti di riferimento. Tuttavia si nota anche un’altra tendenza, specie fra i giovani e gli adolescenti, quella di ricercare volutamente la precarietà, di cercarla con lumicino. C’è chi ha fatto del vagabondaggio una bandiera. Ci sono giovani che hanno un posto discreto di lavoro, una fidanzata, una bella casa in affitto, una cerchia di amicizie, una casa al mare di famiglia e all’improvviso senza motivo mollano la presa. Cambiano per prima cosa lavoro lasciando il precedente, anche se ben remunerato, poi cambiano casa, si costruiscono una nuova cerchia di amici, cambiano partener, non vanno più in vacanza nei soliti e confortevoli luoghi. C’è come un ripudio della routine, che è anche stabilità, sicurezza, certezza, giudicata troppo stancante. Invece non si stancano di cambiare compagno/a ogni mese, di cambiare continuamente casa e comitive. I giovani prediligono il rischio e l’avventura, vogliono immergersi in mari sconosciuti, esplorare terreni nascosti. Alcuni inquieti vanno all’estero, poi tornano in patria per poi ripartire per un’altra destinazione. Una sorte di irrequietezza che denota scontento, rabbia, delusione. La ricerca della felicità che diventa un lungo itinerario fuori dai propri confini. Ci sono ragazzi che abbandonano la comitiva in cui si stanno divertendo per andare in un altro locale lontano per bere solo un drink con pochi amici. Il cambiamento produce ebbrezza, scalda l’anima in cerca di forti emozioni. Ci sono quelli che prendono il volo di notte all’improvviso, senza avvisare nessuno vanno a Barcellona a prendere un caffè con gli amici e poi tornano il giorno dopo con tutti i rischi e pericoli. Le scelte affrettate producono conseguenze anche disastrose. La precarietà è diventato l’altare in cui si immolano sentimenti, affetti. Con disinvoltura si lasciano zii, nonni per raggiungere obiettivi assurdi, lontani. Giovani che vivono mesi in Brasile lontani da casa che quando tornano trovare i nonni che sono morti per malattia, di vecchiaia. Giovani che fanno perdere le proprie tracce, che scompaiono nel nulla. L’identità che pesa di cui si fa volentieri a meno. Si costruisce una nuova personalità che viene poi demolita nella fase successiva della propria vita. La vita appare come tanti cicli inseriti in un contesto precario, traballante, che sfuma. Si costruisce e poi subito dopo si demolisce, per creare qualcosa di nuovo e precario dall’altra parte. Un continuo fare e disfare una matassa informe che è diventata la propria vita. Si lascia la moglie, per sposare l’amante, per poi abbandonarla per un’altra donna ancora, e per poi fuggire con una straniera in sud America, dove non si ha nessuna intenzione di finire i giorni. Allora scopriamo che ci sono numerose esistenze precarie che cercano di fuggire da loro stesse, e che hanno solo una grande inquietudine interiore non causata dalla crisi economica. La crisi spesso è solo un appiglio per giustificare una precarietà perenne perché alcune persone sono nomadi di professione. Ogni tanto conviene però soffermarsi, se no non si assapora la vita.

 

Ester Eroli