Asse Italia-America, il cinema d’oltreoceano parla italiano. L’esempio di Scorsese

Asse Italia-America, il cinema d'oltreoceano parla italiano. L’esempio di ScorseseIn un periodo in cui il confronto tra il cinema americano e italiano è inevitabile, è stupefacente la facilità con cui salta all’ occhio quanto ci sia di italiano nei grandi capolavori sfornati annualmente dalla potente industria Hollywoodiana.  Sono numerose le star del cinema italoamericane: tra queste grandi nomi celebri come quello di Robert De Niro, Francis Ford Coppola, Quentin Tarantino, Brian de Palma, Leonardo Di Caprio (di origine tedesche oltre che italiane), il leggendario Alfredo James Pacino conosciuto come “Al Pacino’” e molti altri, le cui origini sono celate sotto “falso nome”.

E’ il caso dell’attore statunitense Nicolas Cage, pseudonimo di Nicholas Kim Coppola, nipote del regista Francis Ford Coppola, citato precedentemente, e dell’ attrice Talia Rose Coppola, anch’essa in arte Talia Shire.
Questo dimostra che la lista di esponenti della cinematografia americana ad avere origine italiane sarebbe molto lunga da fare.
Ma un grande talento nostrano, si ritrova ,soprattutto, in colui che è stato definito uno tra i maggiori esponenti della New Hollywood, vale a dire Martin Scorsese. Talento eclettico il suo: sceneggiatore, attore, produttore cinematografico ma in sopra ad ogni cosa il più grande tra i registi della storia del cinema.
Proveniente da una famiglia di origini siciliane, (della provincia di Palermo) e trasferitasi nel Long Island, Martin cresce nella Little Italy di New York, dove viene istruito seguendo il credo cattolico, dimostrando fin da subito una grande passione e dedizione per il cinema. Dopo aver pensato alla vita monacale, il giovane si dirige -fortunatamente potremmo dire- verso tutt’ altra direzione: decide di frequentare, infatti, il corso di cinematografia alla New York University che gli fornirà le basi per una carriera brillante. Le sue prime esperienze con la macchina da presa arrivano molto presto, perché è già nel 1959 che Martin Scorsese, ancora liceale, gira il suo primo lavoro: un cortometraggio intitolato Vesuvius VI. Negli anni successivi realizzerà altri cortometraggi, ma degno di nota è decisamente “The Big shave” , ossia “la grande rasatura” del 1967.  Martin Scorsese ormai trentenne si cimenta intorno agli ’70 nel genere documentaristico. Dopo aver lavorato come assistente regista al fianco di Michael Wadleigh, realizza alcuni documentari come: Scene di strada (1970), Italoamericani (1974), Ragazzo Americano ( 1978) e L’ultimo Valzer, sempre nello stesso anno.  E’ proprio nel film-documentario “Italoamericani” – titolo originale “italianamerican” – che Scorsese descrive quanto ci sia di italiano nella propria famiglia. Quest’ultima è proprio la protagonista dell’ opera da lui raccontata. Gli scorsese infatti, nella trama del film, raccontano, durante una cena, la loro esperienza di gente operaia, immigrata dall’ Italia verso New York.
Il regista, in questo suo lavoro, mette in luce molti aspetti della sua vita e di quella della propria famiglia: parla dell’ importanza della fede religiosa -tematica fondamentale del documentario-, racconta la situazione degli immigrati siciliani cresciuti nella Little Italy di New York e descrive la situazione degli italiani e delle loro difficoltà durante il dopoguerra.
Per realizzare il suo primo lungometraggio, invece, Martin Scorsese porta sulla pellicola un’esperienza autobiografica. E’ qui che il regista rappresenta il dramma con grande veridicità e crudezza, ma è solo nel 1976 che si può assistere al primo vero grande capolavoro di Martin Scorsese, che porta sul grande schermo “Taxi Driver” scritto da Paul Schrader, cardine portante del nuovo cinema di Hollywood. Il film è di un impatto scenico molto forte. Acclamato e criticato, mostra un notevole realismo tipico dello stile scorsesiano. Taxi Driver, così, si pone al vertice del cinema statunitense, conquistando la Palma d’ oro al festival di Cannes.
Di li in avanti i successi per il regista italoamericano non saranno pochi. Ogni film avrà un riscontro notevole sul pubblico e sulla critica. La sua collaborazione con Robert De Niro, continua grazie al film “Toro Scatenato” (1980), il suo secondo film di grande successo. In questo memorabile capolavoro, De Niro si cimenta nell’ interpretazione di un pugile di peso medio: Jake LaMotta . Interpretazione straordinaria e memorabile che gli varrà addirittura il Premio Oscar come miglior attore protagonista nel 1981. In seguito alla vittoria di altri due Premi Oscar, per quanto riguarda il montaggio ( Thelma Schoonmaker) e la regia ( Martin Scorsese) , “Toro Scatenato” entra a pieno diritto tra i grandi classici del cinema e tra i migliori film di sempre.

Dobbiamo aspettare dieci anni per assistere a un altro grande classico americano. Ancora una volta Robert De Niro assieme a Joe Pesci e Ray Liotta, sono sotto la direzione di Scorsese in “Quei bravi ragazzi” del 1990, film che narra la storia , realmente accaduta, di un giovane italo-irlandese, Henry Hill.
Il film riceve 6 nomination all’ Oscar e conquista l’ ambita statuetta grazie all’ interpretazione di Joe Pesci come miglior attore non protagonista. Riguardando il decennio 2000-2010 saltano all’occhio le collaborazione di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio, erede in un certo senso dell’ ineguagliabile Robert De Niro. Quest’ultimo vede nell’attore divenuto popolare grazie a Titanic (1997) una nuova stella nascente. I due firmeranno un sodalizio professionale con il film “Gang’s of New York” (2002).
Due anni dopo, nel 2004, Scorsese realizza un altro Kolossal, “The Aviator” che racconta la vita dell’ aviatore e produttore cinematografico Howard Hughes. Protagonista principale è Leonardo Di Caprio, che offre un’interpretazione controversa, esprimendo il senso di sacrificio dell’uomo, l’ossessione, la meticolosità indisponente e l’ amore. L’interpretazione eccellente, consegnerà a Di Caprio il Golden Globe come miglior attore e, a Cate Blachette, l’Academy Award come migliore attrice non protagonista.
Il film del 2006 , diretto da Scorsese, che consacrerà Leonardo Di Caprio attore-Feticcio, è “The Departed – Il bene e il male” (2006), un poliziesco considerato il migliore degli ultimi anni.
Per questo lavoro, Martin Scorsese riceve il premio oscar come miglior regista e il film si aggiudica anche altre 3 statuette per il miglior film, migliore sceneggiatura non originale e il miglior montaggio. L’italoamericano Martin Marcantonio Luciano Scorsese mostra nei suoi lavori uno stile descrittivo e scenico, riconducibile al neorealismo italiano , movimento culturale sviluppatosi in Italia nel periodo del dopoguerra e che ha caratterizzato notevolmente il mondo del cinema italiano contemporaneo. I neorealisti del calibro di Michelangelo Antonioni e Luchino visconti, influenzati dal realismo poetico francese di Jean Renoir, narrano diversi argomenti: la storia recente, i momenti di vita quotidiana della classe operaia e altre situazioni difficili. Le ambientazioni in cui si delineano le storie sono quelle della periferia, della campagna e degli ambienti devastati dalla guerra, triste sovrana di quegli anni. Tematiche analoghe a queste, rappresentate in chiave moderna, sono proprio quelle riprese da Scorsese. Sono argomenti forti e incisivi quelli descritti nelle opere del regista, che lavora alla preparazione di film riguardanti aspetti di vita quotidiana recente e passata e di temi quali la religione intesa come elemento simbolo intorno al quale ruotano gli avvenimenti che si sviluppano durante il racconto. Scorsese riesce a illustrare molto bene il ritratto di un’ America “tenuta in pugno” da spacconi, sensibili alla seduzione del potere e mostrando, nel complesso, l’immagine di un cinema colmo di una solitudine devastante. La grande abilità di Scorsese è quella di descrive con grande attenzione e precisione quasi maniacale i profili psicologici e caratteriali dei vari personaggi, creando cosi dei veri e propri mostri sacri idolatrati e imitati nel corso degli anni. Una qualità di martin Scorsese è quella di fornire ad ogni suo lavoro, un ruvido iperrealismo, grazie anche ad una regia che pare volutamente “sporca” ma allo stesso tempo ben accorta e curata nei minimi particolari, in modo da far sembrare la macchina da presa l’occhio del protagonista che vede le scena nel reale modo in cui le vivrebbe. Ma Martin Scorsese riesce a trascendere da quelli che sono, se vogliamo dire, gli standard tipici delle sue pellicole. E’ il caso de “L’età dell’ innocenza” (1993), tratto dall’opera dell’autrice Edith Wharton, film di denuncia contro il perbenismo ottocentesco tipico della società Newyorchese di quel periodo. Qui il regista evita di mostrare in maniera chiara e netta la violenza, ma fa si che la si intuisca in modo sottile e usufruisce di dettagli visivi, utilizzando alcuni colori principali, simboli delle emozioni e delle caratteristiche dei personaggi.
Questo è Martin Marcantonio Luciano Scorsese, uno tra i più importanti esponenti del cinema mondiale e mostro sacro del cinema statunitense che, se pur ormai ottantenne, non ha perso con la vecchiaia il suo tocco magico e la sua genialità tutta dai colori italiani. Nel 2000, per giunta, viene nominato da parte del Presidente Della Repubblica “Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana” e così aumenta il rammarico di non aver potuto beneficiare anche nel nostro Paese di un talento cosi innovatore, sincero e passionario. In conclusione, le domanda che ci possiamo porre con un pizzico di polemica sorgono spontanee: come sarebbe diventato il cinema italiano se avesse avuto un promotore di tale calibro? Un genio simile in che modo avrebbe influenzato il nostro stile cinematografico? Con fare consolatorio possiamo forse dire che qui in Italia, con tutta probabilità, Martin Marcantonio Luciano Scorsese, non sarebbe mai diventato Martin Scorsese.

 

Lampugnani Federica