Claustrofobia

Il fenomeno claustrofobico colpisce quasi sempre chi ha timore dei luoghi chiusi e ristretti, possibilmente senza finestre, luoghi che il soggetto percepisce asfissianti. Si tratta di una fobia che evita possibilmente ascensori, porte girevoli, sotterranei, metropolitane, camerini, cinema, gallerie, bagni pubblici., aerei  Il malessere si trasforma materialmente in senso di vuoto e solitudine, vertigini, attacchi di panico, senso di oppressione, sudorazione, respirazione affannosa, nausea, ansia, brividi, vampate, senso di soffocamento, secchezza della bocca  ecc. la fobia può anche essere solo occasionale in relazione con lo stato d’animo del soggetto. Evitando certi luoghi si elimina il problema.

Nei casi più gravi non si sopporta la cintura di sicurezza e un maglione a collo alto, i bar affollati. Alcuni nel caso si debbano sottoporre alla risonanza magnetica la devono fare aperta o devono essere sedati.

Le cause di questa paura irrazionale, che prende in percentuale più le donne,  possono essere molte disturbi psicologici, traumi infantili, bullismo, episodi di abusi, traumi di relazione, vita urbana, presenza di genitori violenti, lavori usuranti, rapporti affettivi soffocanti, privi di affetto.

Le conseguenze sono una mancanza di relazione con gli altri che vengono evitati e la chiusura e l’incapacità  a confidare il proprio problema. Avviene pertanto una limitazione della vita sociale.  Di solito si combatte con tecniche di rilassamento e farmaci ansiolitici, psicoterapia di gruppo,  che non risolvono completamente se non si studiano le cause. Di solito la presenza rassicurante di un familiare aiuta il soggetto a non sentirsi accerchiato e in trappola.

Negli ultimi tempi si fa sempre più strada l’idea che invece si tratta di una predisposizione genetica. Per cause ereditarie un bambino prende la sindrome che hanno nonni, genitori, zii. Questa è l’ipotesi più accreditata in base alla recenti scoperte. Si può risolvere il problema anche quindi con una terapia familiare.

 

Ester Eroli