Corazza

In breve tempo molte cose sono cambiate. Il sorriso si è spento sulla faccia della gente austera e fredda, sempre di fretta, sempre tormentata dall’istinto di scappare  . Tutto è divenuto grigio. L’aria è cambiata e sappiamo perfettamente che non si possono più fare durante una passeggiata  i complimenti al bambino di persone sconosciute e talvolta nemmeno conosciute. Certi limiti non possono essere superati.  La madre, i genitori, i nonni stessi ci guardano con un ghigno di disprezzo. Siamo colpevoli di un eccesso di simpatia, possiamo salire sul banco degli imputati tranquillamente pronti per essere giudicati. Gli altri fanno paura, portano iella. Ci arrendiamo indifesi alla crudezza come si si arrende a una sentenza di morte. La comunicazione non ha senso. Per vincere la riluttanza ci sforziamo ad essere duri, più che altro per far piacere agli altri che ci vogliono efficienti e indifferenti, autonomi e glaciali. Inevitabilmente perdiamo la parte migliore di noi che seppelliamo sotto un alto strato di freddezza. Ci aggrappiamo alle cose materiali per credere ancora di vivere sperando di passare inosservati, di farla franca. Gli altri devono stare alla larga non presentarci il conto.

Per non sprofondare nella depressione ci creiamo una corazza psicologica dura e impenetrabile. Nel delirio generale ci fidiamo solo del nostro intuito. Non aiutiamo nessuno, non salutiamo nessuno.

Poi un bel pomeriggio di primavera ci capita di collassare in terra, in un negozio, su un tram, e la nostra fragilità riemerge mentre nessuno alza un dito per risollevarci, consapevoli dei nostri messaggi pieni di distacco e rabbia.

Allora si palesa tutto intero il dramma della incomunicabilità che affligge la nostra epoca tecnologica. Intanto la persona rimane a terra stecchita e c’è chi azzarda pure uno scavalcamento. In fondo non vediamo abbiamo occhi solo per il display del telefonino che ci porta lontano. Il problema nasce quando siamo noi a cadere e farci male nonostante la corazza.

 

Ester Eroli