Il ruolo dell’agricoltura nella nostra società

Il ruolo dell’agricoltura nella nostra societàL’uomo del passato, non certo lontanissimo, ma abbastanza recente era un uomo abbarbicato al suolo natio. Nel secolo scorso la terra, lavorarla era fondamentale. La vita del contadino era pura e semplice, avvolta da un’aurea di praticità. Molte generazioni si sono formate nella terra e da lei hanno tratto sostentamento e speranze per il futuro. La vocazione di molte aree è prettamente agricola. La terra è stata sempre simbolo di riscatto e benessere. i ricchi del passato erano quasi sempre possessori di terre. La vita di campagna era regolata dai raccolti e la sera l’unico svago erano i balli in piazza, specie d’estate, e le osterie paesane. Con il progresso si è continuato a coltivare la terra stancamente, quasi come un obbligo.

Quando poi l’uomo è entrato nel cuore del mondo moderno in modo massiccio ha finito per abbandonare scellerato le borgate agricole e per vivere in eleganti sobborghi cittadini. Intere masse umane si sono riversate nelle città. Un flusso scatenato, continuo proveniente dalla campagna. Con lo scorrere del tempo ci è accorti che la terra era stata abbondonata, silenziosamente, con discrezione. Tutto è sfociato anche con la vendita di casali, di appezzamenti. L’uomo moderno ha preferito vagare impacciato per affollate strade di città. Ha barattato la vita pura di campagna per una vita falsa di città. Gli uomini, e soprattutto le donne hanno considerato scandaloso e rude coltivare la terra, indecoroso. La vita dei campi non poteva essere tollerata. La città garantiva la vita desiderata.

L’Agricoltura è stata messa in crisi. La città consentiva di far fronte a spese anche voluttuarie e quindi era la prediletta. Le conseguenze di questa politica sono state disastrose. Ora si assiste a una inversione di intendenza. Il governo stesso spinge i giovani a tornare alla terra. Molti sono i giovani anche laureati che hanno aperto aziende agricole. I guadagni sono generosi. Molti anzi sono orgogliosi del proprio lavoro agricolo. Il governo esalta queste scelte con parole di elogio. E’ come se l’uomo si fosse pentito, avesse sentito la nostalgia della terra. La cosa che invece salta agli occhi evidente che vengono spinti a coltivare la terra i figli delle classi inferiori, del ceto medio, quelli che pur laureati, ormai non possono andare da nessuna parte vista la penuria di posti. L’infamia è che i figli dei potenti hanno sempre gli stessi posti di prestigio. Per loro coltivare la terra è ancora un lavoro umiliante. Se cominciasse la classe dirigente a coltivare la terra tutto sarebbe più normale.

Alla terra invece ci tornano quelli che hanno ambito, hanno sperato di riscattarsi e migliorarsi e non ci sono riusciti e sono stati rigettati indietro. Questo ritorno alle origini paesane ha il sapore dell’ennesimo sopruso, e purtroppo non sarà l’ultimo.

 

Ester Eroli