Il teatro del ‘900: i grandi innovatori

Il teatro del 900 i grandi innovatoriDopo l’esplosione verificatasi alla fine dell’800, il teatro, nel ventesimo secolo ha conosciuto un consolidamento e un’evoluzione dovuta più alla continue innovazioni tecnologiche che alle effettive esigenze del pubblico. L’ingresso di altre forme di spettacolo quali il cinema, la radio, la televisione, hanno provocato sicuramente una concorrenza spietata dal punto di vista spettacolare, ma anche un forte stimolo alla ricerca intellettuale delle rappresentazioni. Di conseguenza, anche il gusto teatrale del pubblico divenne più ricercato, di palato fine, e quindi assai più esigente sulla recitazione e sui testi, ma meno interessato alla qualità delle scenografie, dei costumi e degli effetti altisonanti.

Con tali premesse, i registi del ‘900 si sentirono autorizzati a plasmare e a personalizzare i testi teatrali secondo le rispettive personalità e idee, considerando gli attori come veri e propri elementi, o meglio, strumenti di una propria orchestra che dovesse creare un’armonia, aggiungendo ai tre elementi del prodigio dello spettacolo quali: autore, attore e spettatore, anche il quarto indispensabile elemento: il regista.

Molti di loro hanno esercitato una notevole influenza innovatrice, rivisitando e rimodellando le tecniche di recitazione, gli effetti delle scene, la mimica facciale ed il linguaggio del corpo, sostituendoli con logiche tridimensionali, sicuramente più immediate e funzionali al contatto diretto col pubblico.

Tra i più grandi ed incisivi maestri della regia e delle innovazioni recitative vanno ricordati in particolare:

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L’inglese Gordon Craig, che sosteneva e pretendeva che l’autore di un testo teatrale dovesse essere anche regista, attore, scenografo, costumista, ecc. insomma si dovesse occupare di tutte le tessere che compongono il mosaico di uno spettacolo.

 

 

 

Il tedesco Max Reinahardt, il Caravaggio dei registi, che inventò effetti luminosi e contrasti di luci in chiaro/scuro, per esaltare la qualità di una recitazione che doveva essere sì, scarna ed essenziale ma anche e soprattutto di forte e suggestiva intensità mimica.

 

 

 

 

Erwin Piscator, tedesco anche lui, che ha ridotto all’essenziale le scene e le scenografie, praticamente inesistenti, imponendo ai propri attori sempre gli stessi costumi in calzamaglia nera, basando la recitazione sulla mimica esasperata, sempre accompagnata da musicalità d’effetto.Tale tipo di teatro ebbe la sua consacrazione con Bertold Brect.

 

 

 

 

Il russo Costantin Stanislavskij, che invece pretese una piena rispondenza alla realtà e ai contenuti del testo teatrale. Voleva che gli attori vivessero la loro parte sulla scena curando sempre l’intenzione al di là del testo stesso, ideando ciò che lui stesso definì come: naturismo spirituale.

 

 

 

 

Il francese Antonin Artaud, teorico dell’assurdo e del teatro crudele, che ha portato l’etremizzazione dell’azione a scapito della parola, creando una vera e propria contrapposizine al teatro di Piscator e di Brect. Non troppo considerato ai suoi tempi (anni ’20 e’30), è stato riscoperto e rivalutato a partire dagli anni ’60.

 

 

 

 

Infine il polacco Jerzy Grotowsky, che creò un’azione evolutiva del metodo Stanislavskij, definita teatro povero. Formò un laboratorio teatrale in cui pretendeva un forte impegno dai propri attori, sottoponendoli ad un severo addestramento fisico, psichico e spirituale.

 

 

 

 

 

Adriano Zara