Infinite Jest, un capolavoro (quasi) dimenticato

Infinite Jest, un capolavoro (quasi) dimenticatoPerchè recensire un libro uscito la bellezza di 15 anni fa, direte voi?! Domanda più che lecita vista la velocità con cui si consuma la cultura al giorno d’oggi.  Ogni opera di narrativa – succede lo stesso per ogni prodotto d’intrattenimento –  viene divorata, digerita e alla fine espulsa (e sarei potuto essere meno elegante).

E allora perché scriverne?

Il capolavoro assoluto di David Foster Wallace (1962-2008), uscito nel 1996, diventa in breve  tempo un cult per gli appassionati di storie surreali ma, soprattutto in Italia, non raggiunge il grande pubblico a causa della complessità della composizione e la durezza dei temi trattati.

L’opera di snoda in varie vicende parallele ma che hanno tutte a che fare con la ricerca di una fantomatica videocassetta la cui visione provoca uno stato di catarsi irreversibile (Infinite Jest è il nome della cartuccia). A questo inseguimento partecipano un gruppo terroristico separatista del Quebec, la presidenza degli Stati Uniti (costituitasi in una federazione comprendente anche Canada e Messico), un  accademia di giovani aspiranti tennisti professionisti e una casa di recupero per tossicodipendenti. La storia non viene raccontata in ordine cronologico, ma si dipana in tanti micro-frammenti, flashbacks e situazioni parallele che ci forniscono un quadro preciso del mondo diegetico che lo scrittore è in grado di inventare. Un futuro – neanche troppo lontano – in cui anche gli anni saranno sponsorizzati, in cui saremo tutti schiavi di qualche Dipendenza (è lo stesso autore a usare questa parola usando il maiuscolo) e in cui gli stati sovrani saranno al comando e al servizio del marketing.

I protagonisti di questa storia sono Hal Incandenza, giovane tennista nei guai a causa della sua dipendenza dalla Marijuana, e Don Gately, un ex-tossicodipendente che cerca di trovare una propria etica affidandosi ad una  casa di recupero e rinunciando a decidere per se stesso. Entrambi alter ego dell’autore, questi due personaggi si presentano come unici soggetti “sani” in un mondo malato e corrotto da cui scaturisce una galleria di personaggi a dir poco stravaganti.

Ovviamente non stiamo parlando di un manifesto contro le dipendenze o i media, ma di una lucida rappresentazione di comportamenti umani, sofferenze causate o auto-inflitte, “storie di ordinaria follia” tanto per citare. Non aspettatevi un romanzo d’avventura o un ritmo elevato nella narrazione; ogni piccolo paragrafo, ogni metafora o digressione linguistica sarà l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo sui personaggi e il loro rapporto con la società.

Nonostante le quasi 1400 pagine del libro (di cui 200 di note) sarebbe alquanto inutile aggiungere altri particolari, la natura anarchica dell’esposizione non permette una sintesi. Gli argomenti trattati sono moltissimi; dalla farmacologia agli effetti degli stupefacenti, dal tennis alla politica, dall’alienazione della società al cinema.

Ma quello che rende Infinite Jest un opera formidabile è il talento dell’autore nel passare dalla comicità alla tristezza più penetrante con una disinvoltura che non si era mai vista prima. Con una poliedricità unica, David Foster Wallace dimostra, lungo tutto il libro, una capacità di scrittura straordinaria che si trasforma spesso in smania di comunicare le proprie passioni e le proprie paure.

Torniamo quindi alla domanda iniziale, ovvero, perché parlare di questo libro. Semplice: perché si tratta di un Grande Affresco di quello che ci attende se continueremo a riporre la nostra fiducia in miti banali e cercare soddisfazione in gioie effimere. D.F.W. ci voleva avvertire, senza ipocrisie, di come stiamo diventando, di come siamo legati alla Dipendenza, qualunque essa sia, o all’Intrattenimento. Probabilmente voleva mostrarci il nostro futuro, un futuro in cui noi stessi saremo gli artefici della fine della nostra libertà.

Si tratta sicuramente di un opera universale. Se non l’avete letto, fatelo adesso! Non perdete altro tempo.

 

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Degrassi Gabriele