Italia: energia “verde” per il futuro

Italia: energia “verde” per il futuroPer l’Italia e per l’Europa, il 2011 ha posto fin da subito un forte accento sulla questione energetica, portata alla ribalta dagli eventi internazionali: la congiuntura economica negativa, gli eventi politici nei paesi esportatori di petrolio e la drammatica situazione determinata dallo tsunami giapponese hanno mostrato gli elevati costi (monetari, umani e d’impatto ambientale) delle fonti energetiche attualmente più utilizzate e la necessità di ricorrere a fonti “alternative”.

Per quanto il recente referendum ed i dibattiti ad esso spesso associati abbiano tentato di mostrare come il nucleare fosse l’unica risorsa a cui il nostro paese potesse approdare per risolvere i propri problemi energetici, esiste una realtà scarsamente mostrata al grande pubblico ma che vede l’Italia fornita di soluzioni brillanti (alcune ancora in fase di prova, altre già avviate a livello industriale) che possano guidarla verso una maggiore eco-sostenibilità e verso lo sfruttamento di fonti energetiche inesauribili o comunque facilmente rinnovabili.

La prima di queste soluzioni è quella sviluppata nel piemontese dalla società Kite Gen Research s.r.l. (http://kitegen.com/) già dal 2007: innestandosi sul settore eolico, la Kite Gen ha brevettato un nuovo sistema di produzione energetico che, completata la realizzazione del prototipo, sta cercando di avviarsi verso l’industrializzazione.

Come dice il nome stesso della società (kite è la traduzione inglese di “aquilone”), questa nuova tecnologia si basa sull’utilizzo di grandi aquiloni i quali, volteggiando tra gli 800-1000m di quota, catturano con grande efficacia la forza del vento grazie alla libertà di movimento da essi posseduta e l’accesso ad uno strato atmosferico in cui il vento soffia con maggior forza che a livello del suolo.

La trazione generata da questi aquiloni sui cavi che li tengono ancorati a terra (a loro volta collegati a dei generatori elettrici) permette di trasformare l’energia eolica in energia elettrica con maggiore efficienza rispetto ai sistemi eolici tradizionali e, oltretutto, con una resa visiva decisamente migliore, dissipando le critiche di deturpamento del paesaggio messe in atto dai detrattori degli usuali mulini eolici; l’intero sistema è gestito da una centralina computerizzata che, analizzando direzione e forza del vento, agisce sull’aquilone regolando la lunghezza del cavo e guidandone l’orientamento.

Mentre in Piemonte questo prototipo cerca i suoi campi di applicazione, in Veneto è stata di recente inaugurata una struttura che già fornisce elettricità ad almeno 20000 famiglie.

Presso Fusina, nel veneziano, l’ENEL ha inaugurato, poco più di un anno fa (12 luglio2010), il primo impianto industriale a idrogeno del mondo: con un rendimento annuo di 60 milioni di kWh (kilowattora), questa struttura sfrutta un ciclo basato sulla combustione dell’idrogeno, fornito dal vicino impianto Petrolchimico di Porto Marghera, per produrre calore ed energia elettrica.

Le emissioni nulle di anidride carbonica fanno di questa centrale un vero e proprio impianto “eco-friendly”, caratteristica ulteriormente aumentata dal fatto che l’apparato è anche dotato di un sistema per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti che gli consente di ricavare ulteriore energia immettendo nell’atmosfera molta meno anidride carbonica (siamo nell’ordine di grandezza delle tonnellate) di un normale inceneritore.

Sempre parlando di idrogeno, al prof. Sergio Focardi e ad Andrea Rossi appartiene l’invenzione all’inizio del 2011 del Energy Catalyzer (E-Cat), un prototipo il cui brevetto ha scosso il mondo scientifico.

Basato su un “misterioso” (in quanto coperto da segreto industriale) processo di interazione tra idrogeno e nichel, la macchina sperimentale Rossi – Focardi si è in più occasioni dimostrata in grado di sviluppare una buona quantità di energia elettrica ottenendo semplice rame come prodotto di scarto.

Sulla base di questo, si era inizialmente ipotizzato che all’interno del macchinario avvenisse la cosiddetta “fusione fredda”, ovvero l‘amalgama degli atomi dei due elementi esattamente come avviene all’interno del Sole ma senza la temperatura e la pressione in esso presenti, ma gli inventori stessi hanno escluso questa ipotesi parlando di LENR (Low Energy Nuclear Reaction, reazione nucleare a bassa energia), probabilmente per svincolarsi dalla diffidenza che il primo termine suscita in ambito scientifico.

Per quanto il sistema di funzionamento di questo non sia ancora chiaro e al vaglio degli esperti, è certo che esso produce energia senza particolari fonti di rischio finora accertate, che un primo progetto industriale è stato avviato con l’azienda greca Defkalion Green Technologies e che, qualora scientificamente dimostrato operante e sicuro, anche l’Energy Catalyzer potrà essere annoverato tra le novità energetiche partorite da menti italiane.

In ultimo, sempre dall’Italia proviene una grande novità da un sentiero già da tempo battuto ma che ha avuto modo di dimostrarsi ancora fonte di importanti miglioramenti: quello del bioetanolo.

Questa sostanza (sostanzialmente alcol etilico) è già da tempo utilizzato nel settore petrolchimico in miscela al 20% con la benzina per aumentarne il numero di ottano (in sostanza la capacità del carburante di sopportare la pressione all’interno dei cilindri del motore, evitando detonazioni indesiderate) e, in alcuni motori, come vero e proprio carburante.

Problema connesso però a questo combustibile è che viene ricavato da mais, barbabietola e altre piante alimentari, facendone lievitare i prezzi in maniera molto sensibile e sottraendole alla loro destinazione alimentare con ovvie conseguenze economiche e sociali.

Proprio per risolvere questo problema presso Crescentino (VC), il12-04-2011 ha preso il via la costruzione del primo stabilimento al mondo (legato al gruppo M&G, http://www.biocrescentino.it/) capace di produrre bioetanolo di seconda generazione, ovverosia ottenuto da piante non alimentari.

Materia prima della generazione di questo carburante è la comunissima canna di fosso (Arundo Donax), il cui utilizzo non solo lascia intatto il patrimonio alimentare della nazione ma consente emissioni di agenti inquinanti molto basse grazie al fatto che la pianta, durante la coltivazione, assorba dall’aria molta più CO2 di quanta non ne emetta il bioetanolo in combustione.

In aggiunta, il prodotto di scarto del processo di distillazione del combustibile (la lignina), viene utilizzato dallo stabilimento stesso per l’alimentazione elettrica dell’impianto, rendendolo di fatto autonomo e indipendente da altre forme di reperimento energetico.

Infine, con un prezzo stimato di circa 30 dollari inferiore a quello del petrolio, il bioetanolo sembra essere in grado di innestarsi egregiamente sul mercato aprendo la strada all’utilizzo di combustibili meno inquinanti e più sostenibili a livello ambientale per tutto l’arco della loro produzione, come prevedono le disposizioni europee per il 2020.

Date queste premesse c’è solo da sperare che gli imprenditori (italiani e non) non perdano il coraggio di investire in queste nuove soluzioni che si sono dimostrate in grado di reggere le richieste del mondo industrializzato conservando un’alta sostenibilità ambientale e che i politici, abbandonando la strumentalizzazione della questione, avviino il Paese verso la loro adozione a livello diffuso.


Matteo Ruggeri