L’importanza di chiamarsi Anna

L’importanza di chiamarsi Anna, e non una donna qualunque, ma Anna Wintour, sta in gradini e gradini di scalata verso il successo, sta in un caschetto perfetto che nasconde una mente tanto geniale quanto perfezionista. “Estrema” è l’aggettivo più consono a descrivere una donna che ha raggiunto il successo dirigendo una delle testate più famose del mondo della moda, Vogue America.
Ma chi si cela dietro la maschera, fin troppo estremizzata nel celebre film “Il diavolo veste Prada”, della cattiva e esasperante signora della moda? Che origini hanno i suoi pensieri che, con la loro determinazione, hanno portato alla ribalta il giornale? Anna Wintour, come accade alla maggior parte delle donne che “ce l’hanno fatta”, ha un esordio sotto tono, una donna come tante che cerca di fare della moda la propria vita. Nasce a Londra, città la cui moda è tanto caratteristica come la tradizione del tè delle cinque e della guida “al contrario”, il 3 novembre del 1949, uno scorpione direbbe l’oroscopo, perfezionista ed esigente secondo gli astri. In età prematura inizia la sua carriera giornalistica nell’ambito delle passerelle, che non ha ancora abbandonato, ma nonostante le notizie sul suo passato siano poche, si può capire che la sua scalata al successo è tanto repentina da non lasciare dubbi: si tratta di un genio nel suo ambito. Quando si presentò al colloquio per essere assunta a Vogue, la direttrice del momento, Diana Vreeland, le chiese con interesse quali fossero le sue aspettative ed ambizioni riguardo questo lavoro, e la Wintour, con il carattere che anche oggi la contraddistingue, rispose senza esitazione che avrebbe voluto essere seduta al posto della Vreeland… Questa risposta racchiude il successo di una donna che, pur non avendo una esperienza giornalistica profonda e pur essendo in una situazione che non le permetteva certo di sbagliar strategia, è riuscita in poche parole e costruire il suo successo cogliendo una opportunità che a pochi è concessa. Questa opportunità non solo le permette di avere nel suo budget personale una miriade infinita di agevolazioni (basti pensare alle numerose prime file alle sfilate), ma anche la consapevolezza di non avere, nel proprio settore, nessuno che sia sopra di lei. La signora della moda, come molti amano chiamarla, ottiene ben presto un prestigioso contratto con la nota ditta Condè Nast, che non solo è la casa editrice di Vogue, ma gestisce anche altre testate di fama internazionale. Questa opportunità non solo le permette di avere nel suo budget personale una miriade infinita di agevolazioni (basti pensare alle numerose prime file alle sfilate), ma anche la consapevolezza di non avere, nel proprio settore, nessuno che sia sopra di lei. Ed è proprio questa consapevolezza a permettere alla Wintour di concedersi capricci come quello, a noi purtroppo noto, di condensare la settimana della moda di Milano (che originariamente durava sette giorni, durata già precedentemente abbreviata) da cinque a tre giorni, in modo tale da non annoiare troppo la “divina” nel grigio capoluogo lombardo. Prendere quest’occasione per visitare la più rinomata città della moda italiana è un’idea da non lasciarsi sfuggire e per questo si può tranquillamente soggiornare qui in un carino hotel a Milano. Innumerevoli sono le collaboratrici che, una volta abbandonata la prestigiosa sede di Vogue America, hanno sfogato tutto il loro disprezzo nei confronti della loro direttrice tanto che una di loro le ha dedicato il fortunato film sopra citato, dove una sempre straordinaria Maryl Streep ha ben reso l’atteggiamento altezzoso della direttrice più temuta di questi tempi.

Eppure, Anna Wintour appare una donna normale, inizia la sua giornata molto presto, come tutti i big del business, ma la inizia a modo suo, cioé con una rilassante partita a tennis, sport che apprezza molto (va ricordato che è anche uno degli sport più nobili), poi giunge in ufficio dove vi rimane, salvo qualche commissione imprevista, fino a sera. L’orario di chiusura per la signora Wintour è alle ventidue, orario prima del quale riesce addirittura a presenziare a qualche party esclusivo, per nemmeno un’ora ciascuno, ovviamente. In una vita così frenetica sorge spontanea una domanda: questa donna ha una vita privata? Anna Wintour ha sposato uno psichiatra infantile, David Shaffer, nel 1984 per poi divorziare nel 1999, senza dare in pasto alla stampa un vero motivo della fine del matrimonio, durante il quale la direttrice di Vogue ha dato alla luce due figli, che non hanno seguito le sue scomode orme. Orme fatte di rinunce, di critiche mondiali e di scelte che, su un corpo volutamente gracile come il suo (la Wintour odia le persone grasse!), pesano forse troppo.
Ma sicuramente non sarà Anna Wintour a cedere alle fatiche del suo mondo; di fatto di sa che la vita nella giungla della moda e dello spettacolo è solo per i più forti, e lei, nel lungo corso della direzione della rivista, ha dimostrato di esserlo, non solo mantenendo alto il nome del giornale insieme al suo, ma mantenendo la sua identità personale, fatta di convinzioni spesso considerate assurde, del suo caschetto biondo, degli occhiali dalle lenti scure che porta giorno e notte e che la accompagnano alle sfilate prestigiose con l’intento di proteggerla dai flash (o forse dal trapelare giudizi poco carini nei confronti delle collezioni), fatta di una quotidianità che probabilmente sfugge agli occhi dei tanti che, pensando con invidia al suo successo, vedono una brutta e antipatica signora in un mondo che appare tanto lontano dalla sua sobrietà nel vestire e nel vivere.