Per sempre precari

Il mondo del lavoro è un mondo spietato, fatto di dure leggi. Recentemente risuona un solo comandamento nel caos dei discorsi: rinunciare al posto fisso. Non esiste più la possibilità di avere un posto di lavoro stabile. Dirigenti, governanti hanno più volte sottolineato questo concetto. Del resto l’idea del posto fisso è dura a morire. In verità tutto sommato stiamo tornando indietro. In passato molte persone facevano mille lavori nel corso della loro affannosa vita lavorativa. Iniziavano come pizzaioli, poi facevano i muratori, si impiegavano nelle dogane, finivano in miniera, terminavano gestendo un bar di proprietà. In passato vi erano soprattutto uomini dai mille volti, dalle mille identità: spazzino, commesso, idraulico, falegname, pittore, facchino, cameriere. La scelta di un mestiere dovrebbe in teoria coincidere con una vocazione. Invece ci ritroviamo ad avere infermieri che sono diventati tali per mancanza di altri sbocchi. Non ci lamentiamo poi se tali infermieri si comportano male con i pazienti, significa che non ci sono portati, non è nella loro natura passare le ore di lavoro in un ospedale a contatto con malati anche gravi. Non siamo tutti uguali e una persona non si può condannare se non ama vedere il sangue e le siringhe. Alla fine ognuno fa il mestiere che gli capita, senza inclinazione, senza passione. Ma non è solo questo il punto nevralgico. La fine del mito del posto fisso significa la fine delle certezze, delle entrate sicure, del sonno tranquillo, dei rapporti di lavoro in pianta stabile, del mestiere che dura una vita. In passato la precarietà del lavoro era meno sentita, perché ognuno trovava la forza di andare avanti in seno alla famiglia, che era roccia, difesa, baluardo contro le insidie del mondo. La famiglia alle spalle funzionava da supporto, aiutava, proteggeva. Ora i tempi sono cambiati, la famiglia si è disgregata. Ci sono separati che stentano ad arrivare a fine mese, che devono passare gli alimenti alla ex moglie o addirittura alle ex mogli. Si cammina su mattonelle traballanti sul punto di cedere. Una vita che fluttua nel mare calmo e nero della precarietà. Ci si sposta per lavoro continuamente, si intessono superficiali rapporti familiari e lavorativi, si cambia casa di continuo. Ci si comporta come soldati in guerra che si spostano sempre per seguire il fronte. Alla fine ci sarà la battaglia finale quella della pensione dove tutte le forze saranno in campo e dove la sconfitta appare dietro l’angolo. Ci saranno pensioni magre come animali a digiuno. Mentre comunque la gente comune annaspa nella precarietà totale, senza luce i figli di quelli che contano seguono brillanti spiragli di luce dove pare che anche il posto fisso sia assicurato.

 

Ester Eroli