Quando si dice “povero diavolo” (della Tasmania)

Quando si dice “povero diavolo” (della Tasmania)Tornate per un attimo con la mente all’inizio degli anni 90: molti di voi, che siate più o meno giovani, ricorderanno certamente quello spassoso e paradossale cartone animato che mostrava le divertenti avventure di Taz, affamatissimo diavolo della Tasmania.

Per quanto le sue celebri avventure sullo schermo fossero a tutti gli effetti piene di comicità, nulla di altrettanto divertente si può trovare nelle vicende che molti suoi “fratelli” stanno vivendo da ormai una quindicina d’anni.

I Diavoli della Tasmania (Sarcophilus Harrisii), marsupiali molto aggressivi tipici dell’isola australiana da cui traggono il nome, sono infatti da tempo minacciati da una malattia che, in poco tempo, ne sta decimando il numero facendoli avvicinare pericolosamente all’estinzione (-80% degli esemplari dal 1995 al 2009).

Tra i membri di questa specie ha infatti preso a diffondersi il cosiddetto DFTD (Devil Facial Tumour Disease o Tumore facciale del Diavolo della Tasmania), una forma tumorale estremamente aggressiva e deformante che, sviluppandosi velocemente sul loro muso, ne pregiudica le capacità di nutrizione e respirazione portandoli alla morte per soffocamento o per fame.

Se fin qui la malattia potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza comune (in fondo i tumori sono molto diffusi anche tra gli esseri umani e di certo non ci stanno portando all’estinzione), la singolarità di questo malanno sta nel fatto che, caso praticamente unico in natura, il DFDT è trasmissibile da un individuo all’altro.

All’origine di questa anormalità sembrerebbe stare il fatto che i Diavoli della Tasmania, attraverso i secoli, abbiano mantenuto una scarsissima varietà genetica, caratteristica che, se presente, rende una specie resistente a malattie genetiche e non mentre, se mancante (come in questo caso), le rende invece particolarmente esposta.

Pare dunque che tra i Diavoli la diversità sia così esigua da far sì che le cellule tumorali, che possono essere scambiate tra due individui tramite morsi, atti riproduttivi ma anche persino con il semplice contatto, una volta trasferitesi su un soggetto diverso dal malato originario non vengano percepire come agente estraneo e che quindi, invece di essere eliminate dal sistema immunitario, siano libere di moltiplicarsi e ricominciare il circolo vizioso, propagando il contagio.

Per capire la gravità della situazione pensate a quante volte, in una vostra giornata, date e ricevete abbracci, strette di mano, carezze, baci e semplici urti casuali: se foste diavoli della Tasmania, ognuno di quelli sarebbe equivalso, con buona possibilità, ad un contagio.

A dimostrazione che, per fortuna, quando l’uomo non è impegnato a facilitare l’estinzione di una specie sa adoperarsi efficacemente alla sua difesa, diversi centri di ricerca australiani e stranieri hanno intrapreso una battaglia per la salvaguardia di questa creatura.

Uno di questi è il progetto intrapreso dalle PennState University (Università della Pennsilvanya) con il patrocinio dei biologi molecolari Webb C. Miller e Stephan Schuster, basato sull’analisi attenta del genoma di alcuni diavoli della Tasmania selezionati agli esatti estremi dell’isola per potere avere la maggior diversità possibile, pur nella scarsità offerta, per individuare quegli individui che più si possano opporre al DFDT.

Difficoltà intrinseca a questa ricerca è il criterio di scelta degli individui: se da una parte si ritiene più giusto salvaguardare quegli esemplari geneticamente dotati di resistenza al tumore, dall’altra si riconosce che così facendo si asseconderebbe la tendenza naturale dei Diavoli alla scarsa diversità genetica, vanificando di fatto lo scopo della ricerca in quanto si risolverebbe il problema attuale ma si esporrebbe, in futuro, la specie a malattie diverse con epidemie analoghe a quella corrente.

Un intervento pratico è stato invece intrapreso dal governo australiano-tasmaniano che ha avviato il progetto “Devil Ark” (illustrato nel sito http://www.devilark.com.au/index.html) consistente nella creazione di un habitat protetto in cui far sopravvivere una popolazione accuratamente selezionata (con criteri simili a quelli descritti da Miller e Schuster) di mille Diavoli della Tasmania allo scopo di garantirne la certa sopravvivenza in attesa del rientro dell’emergenza e della loro possibile reintroduzione in natura.

Aspettando la piena concretizzazione di questi e altri programmi di salvaguardia possiamo solo sperare che questo animale che abbiamo imparato ad apprezzare grazie ad una comica serie animata possa sopravvivere alla dura prova a cui è sottoposta e continuare a mantenere ricco e vario l’ecosistema del nostro pianeta.

 

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La visione della seguente immagine, mostrante un diavolo della Tasmania affetto da tumore facciale, è sconsigliata ad un pubblico impressionabile.

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Matteo Ruggeri