Vinsanto

Si pensava che il vinsanto, di origini toscane, si chiamasse così perché era il vino usato dai sacerdoti per la celebrazione delle sante messe. Secondo un’altra spiegazione si chiamava santo perché le uve si pigiavano durante la settimana santa.

In verità il suo nome deriva da una storia. Durante la peste del trecento un frate francescano a Siena usava il vino della messa  per curare i malati ottenendo delle strepitose guarigioni e il vino nella tradizione popolare divenne santo.

il vino si ottiene dopo aver scelto accuratamente delle uve di particolari vitigni come Malvasia, Trebbiano, Sangiovese che vengono lasciate appassire in appositi ganci o contenitori. Le uve vengono pigiate e il mosto raccolto in contenitori di legno. il vino si conserva nei sottotetto o nelle cantine o soffitte per la fermentazione. Il suo invecchiamento può variare da un minimo di tre anni a un massimo di dieci. Il mosto usato al alto contenuto zuccherino favorisce l’alta gradazione alcolica. Nei contenitori di legno si mettono anche dei lieviti. La feccia viene conservata per l’annata successiva. Il vino che si ottiene è passito, generalmente dolce, specie quello umbro e toscano, usato nei dessert. In Grecia si realizza un vino simile a cui si aggiunge però uva sultanina.

Esiste la variante fatta con il chianti doc, specie nella zona di Arezzo e Pistoia, di un giallo dorato ambra e quello fatto con uva rossa simile a un liquore che si ottiene con un grande  naturale  delle uve. il vino nuovo  deve essere conservato in locali idonei almeno fino al 31 marzo in contenitori di 5 ettolitri l’uno. L’invecchiamento è fondamentale. il vino viene poi imbottigliato con tappi di sughero.

Questa variante si usa con i biscotti secchi di mandorle e con i ciambelloni.

 

Ester Eroli

 

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