Il ruolo del popolo nelle rivoluzioni

Il ruolo del popolo nelle rivoluzioniDurante la campagna elettorale si cerca di catturare il consenso popolare. Il ruolo del popolo è sempre stato determinante. Quando il popolo si sente trascurato, costretto a vivere male arriva ingenuamente a fare la rivoluzione, durante la quale il popolo diventa un altro, si trasfigura pur di raggiungere la libertà, anche se alla fine è una libertà limitata, astratta . infatti la libertà vera è dove c’è il rispetto, dove c’è pace e ordine. Un popolo in rivoluzione può arrivare a compire atti bestiali, disumani, non obbedisce più alle regole, si lascia andare senza pudore, senza finezza. Nella rivoluzione il popolo si sente unito, solidale, spinto a operare da una fede, da un’idea. Gli egoismi sembrano lontani come pure le invidie, le ripicche, i dubbi.

La gente in rivolta pensa di pareggiare i conti, di farla pagare ai benestanti, a quelli che con la carità cercano di apparire superiori. Speso si arriva alla rivoluzione senza sapere come. Alcuni pensano di lavare con il sangue i soprusi, le ingiustizie sociali, le avversità molte rivoluzioni, come quella francese, avrebbero veramente voluto mandare il mondo a gambe all’aria. Il sangue chiama sangue L’abisso del male ha il suo fascino. La furia del popolo spesso però è come un temporale di passaggio. La fede del popolo va educata per questo ci sono persone che ne divengono i leader, che godono della stima della gente. Spesso chi incita il popolo alla rivoluzione ottiene dei guadagni, anche pochi, ma li ottiene. Più forte è la lotta maggiore è il merito dei capi della rivoluzione. I capi spesso sono spregiudicati, capaci di tutto ma autorizzati dal popolo ad agire. Alcuni poi durante le rivoluzioni si lasciano prendere dalla libidine del martirio apparendo agli occhi del popolo come salvatori della patria. Il popolo vorrebbe ottenere la ricchezza e il prestigio delle classi elevate, con cui è in competizione, vorrebbe che i potenti rinunciassero ai loro privilegi. Il popolo sa, infatti, che i potenti non si ricordano sempre di loro, ma solo in certe circostanze. I potenti, con i loro sguardi che inceneriscono, non si occupano ogni minuto dei poveri, dei diseredati, degli oppressi, ma ne hanno bisogno per governare. Fingono di occuparsi dei poveri per avere consenso, ma nel loro mondo dorato non sanno nulla di come vivono gli umili . Chi non sa fingere non sa governare. Nessun potente, governante, capo confessa la verità ossia il suo disinteresse. Spesso il popolo che comanda non fa passi avanti, non arriva a capire certi meccanismi.

Esiste sempre uno strano destino che tarpa le ali ai figli del popolo. Al popolo non rimane che lavorare come prima, come se niente fosse mutato, nonostante le ribellioni, le rivoluzioni. Il popolo continua a vivere nella miseria. La rivoluzione con il tempo perde importanza, si sgonfia e il popolo si lascia di nuovo governare. Ognuno interpreta a proprio modo il concetto di libertà in disaccordo con gli altri. Il popolo con il tempo perdendo la fede arriva a farsi sedurre dalla cupidigia e nello stesso tempo a rifiutare il peso e la responsabilità del potere, che delega ad altri che ne approfittano subito. Nella gerarchia dei valori il potere viene dopo nella mente del popolo comune. Il popolo non è stato educato al potere e al potere ci si arriva per gradi. Solo i capi indiscussi amano il potere e considerano il popolo una massa capace solo di ubbidire. Il popolo in teoria vuole la giustizia ma non trova i mezzi per ottenerla e a un certo punto, non sapendo che pesci prendere, sceglie un capo, uno che sia in grado di comportarsi da giudice. Il popolo ci tiene a essere ben guidato, lo desidera ardentemente e vuole essere guidato da una persona al disopra delle parti, innocente e pura. Con il tempo però anche i capi delle rivoluzioni diventano ambiziosi come se il potere li contaminasse, diventano avidi di piaceri, di ricchezze. Spesso anche i capi delle rivoluzioni finiscono per sguazzare nella abbondanza, nelle lusinghe del lusso. Mentre il popolo rimane nella fede, i capi perdono l’umiltà, il senso dell’ubbidienza, la purezza del cuore e diventano autoritari, si fanno rispettare come fossero invincibili, diventano vanitosi e presuntuosi, indifferenti, superficiali, si sentono superiori.

La fortuna poi spesso premia gli audaci, i capi. Il popolo del resto non ha autorità, gli basta credere negli ideali. Certe credenze del popolo tuttavia andrebbero rispettate. I capi però sono tentati dal potere, dalle cariche al costo di ridurre in cenere onestà e pudore, rispetto. A un certo punto sentono il peso della fedeltà a ogni costo. I capi si lasciano sedurre dal potere, nonostante i buoni propositi iniziali, fanno favoritismi. I capi, in virtù dei meriti civici, diventano potenti, desiderosi di godere di prestigio e ricchezza. I capi alla fine non capiscono più il popolo, che rimane fedele alle idee fondamentali. La fede basta al popolo, fede che può fare miracoli, che non bisogno di prove, ma che lascia spazio solo alla rassegnazione . Invece i capi finiscono per tenerlo all’oscuro. I Capi fanno la fine di Masaniello diventano capaci di tutto. Chi ci rimette alla fine è sempre il popolo che dopo la rivoluzione, ritorna alle antiche sofferenze, a raccogliere le briciole, a rinunciare, a credere nella pace e nell’uguaglianza, a farsi guidare. I capi possono diventare crudeli. Le rivoluzioni alla fine non risolvono nulla anche se il popolo rimane importante. Brechet Bertol in una sua poesia diceva che Napoleone non aveva fatto le sue conquiste da solo, come riportava la storia, con lui c’erano milioni di soldati che appartenevano al popolo.

 

Ester Eroli

 

La rivolta di Masaniello