La crisi barbarica

La crisi barbaricaAbbiamo davanti una crisi prima ancora che finanziaria, barbarica, dettata da singoli speculatori senza bandiera, da potentati autoreferenziali e sovranazionali che agiscono sulle borse internazionali unicamente a caccia di guadagni, a scapito di tutto e di tutti. E’ una barbarie che sta mettendo in ginocchio non solo le singole economie occidentali, ma anche tutto ciò che culturalmente le ha tenute sinora in piedi. Mi riferisco a concetti come la sovranità nazionale, la democrazia, la solidarietà, l’uguaglianza, la fratellanza, i bilanciamenti tra diritti e doveri, i sistemi di regole per garantire l’equilibrio sociale. Ormai sono solo concetti infruttuosi, parole vuote dinanzi agli attacchi speculativi alle economie dei singoli Stati che vengono presi d’assalto come fossero aziende in difficoltà da acquisire a bassissimo costo, da smembrare in tanti parti, e infine da rivendere a piccoli pezzi con l’unica prospettiva di moltiplicare in pochissimo tempo l’investimento. E’ una barbarie che tutto travolge e niente risparmia, alla quale nessuno sa mettere un freno nel timore di fare peggio. I pochi rimedi messi in atto dalle economie degli Stati più deboli sono costantemente in ritardo poiché nessun Parlamento, nessun Governo, nessun Presidente può governare coi tempi della borsa rispetto ai quali l’iter di qualsiasi decisione politica appare lenta come la velocità di una tartaruga su una pista di Formula Uno. Eppure la Borsa, qualsiasi Borsa, è solo uno dei tanti elementi della più complessa società civile rispetto alla quale tutti, tutti quanti noi, dobbiamo riuscire a riflettere seppur nell’emergenza.

E’ giunto il momento di rispondere a una semplicissima domanda: l’attuale sistema economico e finanziario aiuta o danneggia la società civile?

Credo che dobbiamo partire da qui, e iniziare a darci delle risposte.

Personalmente ritengo che le Borse siano una risorsa nella misura in cui concorrono al finanziamento della attività produttive e al consolidamento dei sistemi economici nazionali, a condizione però che la logica del guadagno non vincoli trasversalmente e potentemente ogni settore della società civile. Se ciò avviene il rischio che le eventuali perdite finanziarie degli speculatori ricadano direttamente sulle aziende e sui cittadini inermi si fa concreto e pericolosissimo, come l’attuale crisi dimostra. Indebolire, se non addirittura azzerare, ogni principio democratico per far fronte alle perdite dei singoli speculatori è un’azione suicida per l’intera società, e quindi anche per la sopravvivenza delle stesse Borse.

Occorrono quindi regole certe, anche se odiose e dolorose per chi le deve subire, in grado però di rimettere al centro delle operazioni finanziarie il valore aggiunto dell’eticamente sostenibile. Regole quindi, regole per limitare le speculazioni nei confronti delle economie statali, regole di salvaguardia per i beni considerati incomprimibili o inalienabili, regole sulla vigilanza delle operazioni potenzialmente pericolose per aziende o gruppi finanziari ad elevato impatto sulla popolazione e sugli assetti istituzionali, regole sulla trasparenza, regole sul giusto prelievo fiscale. Regole capaci di ridimensionare il potere dell’attuale sistema finanziario fino a ricollocarlo nel posto che gli compete, dove è giusto e legittimo che stia, ovvero in uno dei tanti tasselli del puzzle che compone la società contemporanea, all’interno del quale ognuno di essi deve servire a completare armoniosamente il quadro generale senza mai prevaricare sull’esistenza degli altri.

E le regole le deve dettare la Politica, intesa come espressione qualificata delle esigenze dell’intera società civile, snodo e volano dell’intero impianto economico di un Paese. Meglio se tali regole fossero dettate direttamente dal Parlamento Europeo, finalmente investito di potere reale e legislativo, sovranazionale, cogente. Solo così, su questa strada irta e piena di ostacoli e resistenze, sarà possibile non solo uscire dalla crisi, ma anche gettare le basi per una nuova stagione politica mettendo al sicuro i nostri figli e i nostri nipoti da un futuro costantemente condizionato dalle incertezze derivanti la mera percezione, spesso tutt’altro che razionale, dei mercati finanziari da parte di pochi addetti ai lavori o di speculatori professionali. Un futuro per loro in cui il denaro sia eticamente ricollocato a strumento per il benessere e la giustizia sociale, e non fine ultimo di ogni pratica umana.

In molti penseranno che è impossibile realizzare un simile cambiamento visto lo strapotere di chi possiede il denaro rispetto a chi non lo possiede. A costoro voglio porre un’altra domanda. Nel Medioevo la democrazia era considerata un’utopia, esattamente come lo era l’idea di poggiare un piede sulla superficie lunare o volare da un continente all’altro. Ebbene, a distanza di qualche secolo l’umanità ha realizzato queste utopie ed è andata ben oltre. Perciò mi chiedo, e vi chiedo: cosa ne sarebbe adesso di noi se tutti quanti, da allora fino ad oggi, credessimo ancora che la Terra è piatta?

 

Riccardo Jevola

http://riccardojevola.altervista.org